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martedì 24 gennaio 2017

Aspettare di bastarsi

Ho sempre guardato all'attesa come una forma d'amore.
Forse la più importante.
Quella che non necessariamente preveda mete da raggiungere.
Distanze da colmare.
Lampade lasciate accese sul comodino.
O porte lasciate socchiuse.
Quell'attesa che non si coniugherebbe in un'aspettativa di cui l'altro ne sarebbe il custode.
Nella speranza del ritrovarsi.
Nel cuore i cui battiti accelerano man mano che il tempo sembri accorciarsi.
Non è quell'attesa lì.

Di qualcuno che aspetta di darci il buongiorno.
Che aspetti di accarezzarci prima di andare a lavoro.
Che aspetti di aprirci la porta di casa.
O che attenda di mettere la sua testa sul cuscino accanto alla nostra.
Non si tratta nemmeno di quella.

Bensì quell'attesa che consiste nel darci del tempo.
Per farci bastare quello che pensiamo sia niente ma invece è già qualcosa.
Attendere di non provare nostalgia.
Attendere, senza impegnarci in una ricerca spasmodica che ci veda schiavi di un'idea.
Perché il senso dell'attesa sta in questo bastarsi, forse. 
Che non significa rinunciare all'altro.
All'emozione.
Alle aspettative quotidiane.
All'immaginazione.
Alla creazione delle più fantasiose forme d'amore.
Significa solo che ci si attende.
Perché siamo noi i soli padroni del nostro tempo.
Gli unici, in fondo, a cui rispettarlo è dovuto.

L'ho capito quando ho creduto di poter farne a meno.
Quando, forse, ho atteso invano che qualcuno mi aprisse la porta ma io non ero ancora tornata.
Ed è allora che ho capito che ci si deve aspettare prima di aspettare che la vita ci travolga di nuovo. 
Immergersi a piccoli dosi.
Ma sempre completamente.
Così da non perdersi il gusto.

Non darsi tempo è forse l'atto più egoistico che si possa compiere, verso gli altri, ma soprattutto se stessi.
Allora il contrario diventerebbe la forma d'amore più intima.
Quella che ci farà riscoprire pian piano, senza mai rinunciare al desiderio di andare.
Perché è possibile avere la percezione che si aspetti troppo, o troppo poco.
Di avere ancora le ossa troppo fragili o già pronte per ripetere lo schianto.
Quello che conta, però, sarà sentirsi.
E non è detto sia troppo o troppo poco.
E nemmeno che ci si schianti.
Potrebbe essere il giusto.

O almeno mi piacerebbe immaginarla così.

domenica 18 ottobre 2015

Scrivete una lista di cose importanti e provate a darle un nome: sarà dignità

Ho pensato alle cose importanti. Quelle cui non potrei mai a fare meno. Di quelle che porteresti sempre con te, perchè ti completano e ti fanno essere quella che sei.
Nonostante ti portino via del tempo. Nonostante siano imperfette. Nonostante sai di non poterle mai concludere del tutto, perchè forse ci sarà sempre qualcosa da aggiungervi.

Ho pensato che scrivere sia una cosa importante, nonostante mi rubi del tempo. Ma credo che sia il tempo più prezioso che io abbia mai impiegato per me stessa.

Credo che conservare yogurt scaduti nel frigo o cianfrusaglie in ogni borsa o essere sempre in ritardo, siano cose imperfette. Ma allo stesso stesso non potrei mai rinunciarvi. Perchè se un giorno mi svegliassi e decidessi di fare spazio nel frigo, di gettare tutta la robaccia che conservo in ogni borsa, o di trovarmi in un posto con dieci minuti d'anticipo, probabilmente non mi riconoscerei. Pertanto, anche queste sono cose importanti. Quelle che mi concedono il lusso di elencare una lista di difetti che ho imparato a farmi andare bene lo stesso.
Perchè la coscienza di essere imperfetta mi fa pensare che anche gli altri lo siano, cosí come certe circostanze, imparando ad accettarle cosí come sono, come ho fatto per me stessa.

Nutrire ambizioni è un'altra cosa importante, ma una di quelle che sai bene non giungeranno mai ad un approdo definitivo. Perchè cresceranno sempre dentro di te, come rami di una quercia pronti a fortificarsi con l'andar del tempo. Man mano che vedrai un ramoscello crescere, ne vorrai sempre un altro, ed ancora un altro, e sempre più grande.

Ho pensato che ognuno abbia la propria lista e che ciascuno sia in grado di riassumerla in una sola parola, quella che sussumerà tutte le altre.

La mia parola importante è dignità.

Scrivere mi dà dignità, perchè se non lo facessi mi sentirei incompleta. È una di quelle cose importanti a cui non potrei mai dire basta. Perchè scrivere mi fa essere quella che sono, nel momento in cui desidero esserlo. Conquisto un pizzico di dignità ogni volta che le mie dita impugnano una penna, che l'inchiostro macchia un pezzo di carta qualunque, che le mie dita scivolano sulla tastiera. Ogni volta che qualche mio pensiero prenda forma in una serie concatenata di parole, ogni volta che mi accingo in una qualche impresa più elaborata. Ogni volta io sono lí. Ad aspettare le parole, a far scorrere i pensieri, a metterli insieme in modo naturale, a creare quello che nel mondo non riesco a trovare o forse a vedere, ma che lí invece ho il potere di immaginare. Sono lí, con me stessa, perchè quella è una cosa importante e merita che io ci sia dentro, completamente.

Trascinare cianfrusaglie nella borsa, conservare yogurt scaduti nel frigo, essere sempre in ritardo, non mi offre la stessa dignità, a meno che ad essa non si attribuisca una differente sfumatura: quella di identità. Quella che potrebbe migliorare, ma che sceglie di essere cosí com'è, perchè ha imparato ad amare le sue imperfezioni. È quando prendi coscienza dei tuoi limiti, senza nutrire la presunzione di volerli sfidare a tutti i costi, che li vinci. E sarà allora che ti approprierai di una delle porzioni di dignità più importanti: non pretendere la perfezione.

Nutrire ambizioni e pianificare mete successive una volta raggiunte le precedenti mi dà dignità. Perchè desiderare qualcosa di meglio per se stessi non è sempre sintomo di una cronica insoddifazione, ma il desiderio di sentirsi infinito ed immaginarsi in un territorio senza confini pur quando ti troverai in una strada stretta apparentemente senza via d'uscita. Ti regala l'immaginazione, quella che ti farà percepire le infinite strade che potrai percorrere come se i tuoi polpastrelli fossero già in grado di palparne l'asfalto. Ed anche quando fallirai, saprai non sarà l'ultima volta, ma è per quella percentuale di riuscita che ancora resta, che varrà la pena provare ancora.

Ciascuno credo abbia una propria di lista. Di esigenze, aspettative, desideri, abitudini. Una propria lista di luoghi, circostanze e persone da non abbandonare. Una sorta di cartella che salveremo con il titolo di "cose importanti".
Una lista che per tutti sarà diversa. Eppure tutte potrebbero essere etichettate in un solo modo, riassunte in quell'unico termine che sembri quasi raggrupparle in un'unica categoria assoluta: dignità.

Quella cui non poter fare a meno perchè ti fa sentire quello che sei esattamente nel momento in cui lo desideri. Quella che non misura tempo e distanze, che non prevede altre priorità. Quella che ti completa ma allo stesso tempo ti fa sentire incompleto, come se non fosse mai abbastanza, come se ci fosse sempre altro da scoprire. Quella che ti elenca una lista di difetti che imparerai ad accettare nonostante tutto, perchè quell'imperfezione fa parte di te, non facendoti sentire diverso o sbagliato, ma solo te stesso, nel pieno della tua umanità. Quella che incontra tanti "ma", che sarà sempre in grado di scavalcare, perchè per ciascuno di questi ci sarà sempre una ragione per andare oltre.

Tutte le cose importanti sono cosí: offrono spicchi di dignità. E qualsiasi sia la forma che scegliamo per essa, sortirà il medesimo effetto: quello di sentirsi tutti interi, pieni, vivi.


domenica 19 luglio 2015

Quando torni?

Quel rumore fioco emesso dai tasti della mia tastiera, costante, che talvolta si prendeva delle pause per tornare indietro o proseguire, ad un certo punto si è arrestato. Conto i caratteri, faccio un respiro, guardo fuori dalla finestra: ho finito. È il primo pensiero che la mia mente sia stata in grado di partorire, mentre con gli occhi rossi ed un accenno di sorriso che riuscivo a scrutare attraverso lo schermo del computer, lo chiudevo per non pensarci più. Ancora con il fiatone, come se avessi fatto una corsa nonostante non ci fosse stata in fondo alcuna fretta.

Eppure sentivo dentro di me quel tremolio che mi imponeva di continuare e non perdere nemmeno un minuto prezioso. Ho finito, l’ho fatto di nuovo, e questa volta nemmeno tutto d’un fiato, per questo forse avevo fretta: non avrei di certo disperso i pensieri ma non volevo raffreddarli. Volevo fare tutto quando il fuoco fosse ancora caldo.

Ma questa volta non mi sono seduta ritagliandomi uno spazio dalle pareti rosa senza alcuna scadenza giornaliera. Le pareti erano bianche ed il soffitto più basso, e spesso, pur perdendomi tra le ore che scorrevano, ad un certo punto dovevo fermarmi. Non ho immaginato come potesse andare a finire, né chi metterci dentro che desse forma ai caratteri che seguivano al rumore della tastiera. Sapevo già come doveva andare a finire, le storie le conoscevo già. Ho immaginato, ma prima ho parlato con la gente, le ho conosciute, in parte. Non ho scritto tutto d’un fiato, mi sono presa del tempo. Dopo il lavoro, prima di fare la doccia, spesso in metropolitana. Non avrei avuto il tempo di concedermi quasi completamente come era già accaduto.

Ma ora che le mie dita hanno già scritto di altri, tocca a me rispondere a quella domanda che a questi ho formulato: Quando torni?

Credevo che ciascuno di loro potesse fornirmi degli indizi per provare a mettere insieme, come in una ricongiunzione di punti, quella che poi sarebbe stata la mia. Ma quelle sono le loro vite, le loro risposte. 

Ho puntato l’attenzione sul quando, e ad essere onesta non sono stata in grado di segnare alcuna data sul calendario che ponesse fine alla mia permanenza in una terra che non è la mia, ma a cui ho imparato a concedermi come se lo fosse. Allora ho cerchiato il verbo tornare, quasi come a spremerlo per carpirne l’essenza, credendo ci fosse un significato oggettivo da non lasciare alcun beneficio del dubbio. Ma non l’ho trovato.

Cosí ho pensato che forse non ci sia alcun luogo fisicamente esistente che ci imponga di tornare o anche di restare, se non siamo noi a crearlo. Ed io probabilmente non ho mai concesso alla mia mente di farlo, o almeno non del tutto e non nei modi precostituiti. Perché ho sempre creduto che ci fosse un luogo in cui non esistono orologi né calendari, in cui possiamo creare e disfare senza il bisogno di spostarci, in cui ci si perde, si resta e talvolta si torna. Siamo noi quel luogo in cui è sempre possibile ridisegnare il paesaggio, dare curve diverse ai sentieri, plasmarli così come il cuore ci impone di fare o non fare. Quello in cui a volte ci si perde, o basta restare per tornare. 
Perchè il tornare non implica necessariamente voltarsi all’indietro e dirigere i propri passi verso la direzione di partenza. Riscoprirsi, mettere ordine, reinventare: anche questo può assumere le parvenze di un ritorno, quello che ha come meta non un luogo fisico, ma una condizione, quella di star bene con se stessi, ed un volto, il nostro. 

Allora si può tornare, sempre, ed ovunque ci troviamo.

Perchè a volte tornare non significa per forza abbandonare, ma anche restare. Era a me alla fine che toccava rispondere a quella domanda per chiudere il cerchio, un grande vero e proprio capitolo che ho tentato di racchiudere in tanti. 

Quindi rispondo che non torno, perché in verità sono già tornata. E probabilmente non sarà nemmeno l'ultima volta.

domenica 7 giugno 2015

Come un amore che bussa alla porta

Su di un'ampia distesa di verde nei pressi dell'aeroporto erano sedute delle persone creando una sequenza continua. Qualcuno rimaneva seduto, altri si alzavano all'arrivo di un aereo in atterraggio portando agli occhi il proprio binocolo tenuto al collo. Ho sentito dire che c'è chi, oramai in pensione, fa di quest'attività il suo passatempo giornaliero. Si siede nei pressi dell'aeroporto e guarda dal mattino sino a sera gli aerei che giungono a destinazione. Qualcuno è anche munito di un'agenda su cui annota l'orario dell'atterraggio e la compagnia aerea, immaginando da chi sa quale parte del mondo possa provenire.
Loro si dedicano a quest'insolita abitudine con la consapevolezza di quanto a loro basti osservare un atterraggio per riempire le loro giornate di qualcosa. Che sia gioia, passione o appagamento. Non credo si tratti di un futile passatempo per riempire le loro giornate, potrebbero dedicarsi ad altro. Invece aspettano quell'aereo decollare e l'altro atterrare, tutti i giorni, alla medesima fascia oraria.

Ho cercato di trovare una similitudine tra questo modo oculato di osservare gli arrivi e le partenze a quello che facciamo con la nostra vita quando decidiamo di restare o lasciare andare, di ricordare o dimenticare, di riempirci di qualcosa e gettare dell'altro. 

Guardare dal basso ciò che accade e lasciarci tramortire dai rumori del motore e da quell'aria rarefatta che genera un senso di apnea. Decidere di restare solo per timore di essere dimenticati, o lasciare andare con la presunzione che l'altro non decida di farlo mai. Riempirci di tutto per circondarci di ciò che possa farci sentire meno soli, e nel farlo non prenderci cura dell'essenziale solo perché agli occhi potrebbe apparire quasi invisibile.

Quell'aereo atterra nello stesso spiazzale ogni giorno, alla stessa ora. Loro lo aspettano, con lo stesso entusiasmo di annotarlo sull'agenda che reggono sulle ginocchia, ogni giorno. Come un amore che suona alla tua porta in maniera costante e che tu imparerai ad aspettare fin quando non arrivi, moltiplicando i battiti cardiaci man mano che il tempo scorra, assottigliando le ore in minuti, i minuti in secondi. Come una giostra su cui non vuoi salire, ma adori osservare da ferma e nel suo lento ripartire, così da esserne in grado di coglierne i dettagli. Come qualcosa di cui ti nutriresti tutti i giorni, facendoti bastare anche le piccole porzioni, l'importante é averlo con te.

Forse aspettare gli aerei ci impartisce una lezione: quella di imparare ad aspettare non bistrattando il presente, né biasimando il passato, ma prestando attenzione al presente. In quel modo premuroso, così come si fa quando sarà la vita stessa la nostra prima ed unica passione da dover coltivare sempre, ovunque questa ci conduca. Con gioia, passione o appagamento, ma mai per futile passatempo.

Come un amore che impareremo ad aspettare alla porta, perché, prima o poi, busserà e noi saremo pronti ad accoglierlo.


martedì 5 maggio 2015

I ritorni sono come una tazza di caffè

Mi dirigo verso uno dei tanti bar in prossimità dell'uscita dell'aeroporto per ordinare un caffè. Me lo serve un ragazzino dal riconoscibile accento di chi proviene dal tacco della penisola. Una barba poco diradata, un fisico asciutto e degli occhiali da vista dalla forma ovale. Lo bevo, caldo ed amaro, ringrazio e vado via.

Sembra si alluda a ciò che puntualmente accade, pur senza volerlo, ogni volta che torno. La metafora di chi vive in una città diversa da quella in cui è cresciuto. Ritorni almeno un paio di volte l'anno o anche di più. Ne assapori i gusti che custodisci sapientemente nella scatola dei piaceri da riprovare, ne annusi i profumi spesso dimenticati, godi gli attimi come chi ne ha appreso la modalità soltanto in quel momento, trasportandoli dalla cesta delle abitudini detestabili a quella dei dettagli cui dar peso per non commettere errori, scrivendo sul nastro adesivo "consumarli con cautela".

Ti prendi il dolce e l'amaro, ti rivedi negli occhi di chi ti aspetta con la stessa scadenza dell'arrivo di una nuova stagione, mandi giù dell'acqua fresca per preparare il palato. Che tu sia immobile ad aspettare al bancone due giorni, dieci o un mese non avrà importanza: percepirai la stessa sensazione come se quel lasso temporale abbia la stessa durata di quella in cui un infermiere ti infila un ago nel braccio e ti disinfetta: meno di trenta secondi.

Ingerisci tutto. È caldo e ti scotta l'esofago, lo stesso che si raffredda solo un attimo più tardi, pur lasciando una sensazione di calore sulle sue pareti. Così ringrazi e vai via.

In fondo una tazza di caffè non è così dissimile dai ritorni, così come dalle partenze che non sono altro che ritorni al contrario, che insomma se capovolgi o ti poni sul versante opposto diventano ritorni anche loro.

Ha quell'aroma dolciastro man mano che si arriva sul fondo della tazza e che si compensa con l'amaro che lascia all'incontro con le papille gustative. Crea dipendenza, e anche quando credi che tu ne possa fare a meno quando lo riprovi ne avverti la mancanza come chi l'ha soltanto accantonata per non pensarci, ma è un vizio che non riuscirai mai a lasciare del tutto. Uno di quelli sani, eccitanti, naturali.

Non saranno sempre tutti uguali. Spesso darai per scontato di trovare tutto com'era l'ultima volta. Non sarà sempre così, e non sarai sempre l'unico ad esser cambiato. Il tuo cambiamento sarà stato repentino ed amplificato dalla stasi di cui gli altri intorno a te si nutrivano. Ma anche gli altri cambiano, forse in modo progressivo e lento, ma definitivo.

Ed allora si sperimenta l'effetto collaterale del non esserci nelle passate abitudini: la mancanza di ciò che credevamo di trovare e quella relativa a ciò che in realtà non c'era più. E ci si appropria di una nuova verità: i ritorni sono come una tazza di caffè. Dolci ed amari. Caldi e momentanei. Una dipendenza il cui abbandono è fuori dalle regole del gioco. Quelli da bere con chi c'è sempre stato e che alla fine magari deciderà di pagare il conto, o chi per timore di farlo, nemmeno si presenterà al bancone.

Ma a prescindere da come sarà, ne vale sempre la pena. Un viaggio di cui conosci a memoria i sentieri ma da qualche insenatura sempre nascosta e che sa del profumo del caffè appena svegli: insostituibile.

lunedì 2 febbraio 2015

Per essere migliori

Ho sempre creduto che gli obiettivi, di qualsiasi natura si tratti, fossero la parte più importante nella vita di una persona. Perché ti dicono dove vuoi andare e chi sogni di diventare, ma soprattutto chi sei.
Li seguirai, allungando la mano pronta ad afferrare quanto seminato, o talvolta sembrerá come tu stessi afferrando quella che poi si rivelerá la tua solita immagine riflessa in uno stagno.
Ci saranno sempre svariate ragioni che ti porteranno a perderli di vista, ma ne ce ne sará sempre una che ti permetterá di recuperarli, se sono quelli giusti.

Ma credo che il primo obiettivo, al di lá di quanti ne possano esistere nella propria sfera lavorativa e personale, sia cercare di essere una persona migliore. Per nessuno, se non soltanto per se stessi. Quando ci si ama, funziona così: non si é mai troppo pretenziosi nei propri confronti.

Sono forse ancora troppo giovane per comprendere quando avvertiamo che sia giunto il momento in cui si diventa la persona migliore che volevamo diventare. O forse, semplicemente, non si smette mai di imparare e di essere migliori di quanto lo si fosse il mese precedente.
Lo si puó essere anche sbagliando. Anzi, talvolta i nostri sbagli si riveleranno la nostra parte migliore. In tal caso, non é detto che lo sia stato.

A volte idolatreremo un modello da seguire e sará quello per tutta la vita. Altre volte ne cambieremo tanti, assorbendo tutto quello che c'é di positivo da assorbire. Altre ancora non ne avremo, e allora ce ne costruiremo uno da soli. 
Ancora molto spesso capita, forse, di fare il percorso inverso: scovare un modello pessimo ai nostri occhi e cercare di distanziarcene quanto più possibile. Se il nostro modello avrebbe scelto il bianco, noi opteremo per il nero, sempre, in ogni caso.

Ed é qui che forse perdiamo di vista il nostro obiettivo. Non é la nostra una corsa a far del bene per dimostrare di essere diversi, ma un percorso lungo ed impervio, in cui non si corre né ci é dovuto dimostrare alcunché, ove l'unica prerogativa deve essere sempre la stessa: non bisogna aver paura di essere felici.

É il solo modo che conosco per vivere la propria vita, e non quella di qualcun altro.

Ammetto di essermi persa tante volte. A volte lo facevo di proposito, per quella voglia matta che susseguiva di sentirmi tutta intera. Altre, invece, l'ho fatto ed é stato proprio nel perdermi che ho ritrovato me stessa. Ma ancora più spesso in quella me stessa non ho avuto il coraggio di restare, trovando come alibi il fatto che nessuno in fondo me l'avesse chiesto, né che sarebbe stato con me.

Ma questo forse é lo sbaglio piú grande di cui possa macchiarsi un essere umano: rendere i propri obiettivi funzionali ad altre persone. Questi non dovranno mai congiungersi, altrimenti si riveleranno inevitabilmente deludenti. Dovremmo guardarci allo specchio e decidere chi essere ed esserlo poi per davvero, indipendentemente da ció che gli altri si aspettino.

Perché chi ti vuole davvero ti prende subito, non permette che tu possa diventare di qualcun altro.
Tutto il resto é un'orribile scusa, che non potremmo nemmeno perder del tempo ad ascoltare.
Ma tu non prenderti la briga di insegnare loro com'é se si fa per vivere la propria vita distruggendo i loro cattivi ideali. 
Si dice che chi sa fa, chi non sa insegna. Allora, comincialo a fare, solo per te stesso.




lunedì 29 dicembre 2014

Che in questo 2015 possiate ...

Se dovessi dare un nome alla scelta che fra tutte è stata la più difficile nella mia vita, direi che sia stato proprio quel momento in cui ho capito che non avrei mai più potuto fare a meno di scrivere.
Paradossalmente, ammettere a me stessa che da grande avrei voluto seguire questa strada e che la mia mente non concepiva un’altra via possibile a questa, è stato più duro di spogliarsi di anni di studi per pulire stoviglie e servire clienti maleducati.
A volte lo diventa, quando un impulso naturale nei confronti di qualcosa diventa al tempo stesso desiderio e peccato.
Non ne conosco il motivo. Forse per questa mia innata mania di erigere a debolezze i miei punti di forza. Forse sì, è questa paura di mostrarsi al mondo. A me questo un tempo mi avrebbe fatto più paura di ritrovarmi nel buio di una foresta inseguita da un branco di leoni.

Non so poi cos’è successo. Forse ho semplicemente capito che il torto più cruento che possiamo infliggerci è quell'insana convinzione di non meritare la felicità. Forse, ho semplicemente capito che non potevo avere paura per sempre, rischiando che la vita mi passasse davanti non riuscendo mai ad acchiapparla per la gola e decidere da sola dove andare.

Ogni tanto penso a quel momento, a quell'attimo di vita così vera ed intensa che mi ha fatto diventare grande due volte: come donna e come essere umano. Come donna che non teme le sue paure, come essere umano che trova il coraggio per affrontarle. Ci ripenso, ogni tanto, quando mi trovo davanti a scelte infelici, a fili di lana raggomitolati in attesa di essere sciolti, quando faccio il contrario di ciò che dico, e dico il contrario di ciò che penso. Quando avverto di essere tornata indietro nel tempo, comportandomi né come donna, né come essere umano, perché la verità è che non si finisce mai con l'avere paura, né si ha mai abbastanza coraggio per affrontare le proprie ossessioni.

Ed è questo che vi auguro per il nuovo anno: di essere più donne o più uomini, ma al di sopra di ogni cosa, più vicini all'essere umano.

Non innamoratevi delle persone. Innamoratevi delle vostre idee. E' l'unico modo per restare eterni e sentirvi infiniti anche quando la terra sotto i piedi vi sembra tremi e non ci sia appiglio alcuno ove potervi reggere. Le persone finiscono. Con l'amarvi, il desiderarvi, il volervi al loro fianco. Fingono, vi deludono, o vi rigettano. Le idee non lo fanno mai. Saranno le uniche in grado di portarvi in alto, senza aver bisogno di nessuna approvazione, se non della vostra mente che pianifica, del vostro cuore che le faccia diventare sempre più grandi.

Non fate diventare sassi pietre preziose, né gioielli scomodi sassolini infilatisi in una delle vostre scarpe. Sappiate misurare con sapienza ciò che vale ed individuare con audacia le scorie.

Se quello che state aspettando tarda ad arrivare, andatevelo a prendere. Sì, aprite la porta e smettete di aspettare. E se il vostro tentativo si rivelerà insignificante, optate per strade alternative, mai la stessa da cui siete partiti.

Non aspettate che qualcuno dica o faccia esattamente ciò che avreste voluto sentire o vedere. Questo succede solo nei film dal finale strappalacrime, dove loro due si rendono conto di aver avuto sempre gli stessi pensieri, cominciando a dar peso ai dettagli, a valorizzare ogni coincidenza che li abbia condotti a viaggiare sullo stesso binario. Ma questo non è un film, ma la vita vera. Ed in questa vita le persone hanno paura di mostrarsi fragili, di dire la verità, di guardarsi negli occhi. Ed hanno pregiudizi e si inventano storie. Tu non aspettare che facciano esattamente ciò che pensi, dovesse anche essere il tuo primo pensiero appena sveglia e l'ultimo prima di porre la testa sul cuscino. Fai un respiro profondo e pensa a cosa vorresti sentirti dire, senza girarci troppo intorno. Fai un altro respiro e parla tu. Dillo tu. Perché altrimenti non ci sarà mai modo di uscirne. E se anche di fronte le tue mezze verità il finale non accenna a cambiare, mastica tutto ed ingoialo. Non sentirti stupida, né impotente, né piccola. Sentiti solo più forte, più grande, più bella. Perché lo sarai.

Impara a piangere e a ridere più forte che puoi, ad eccedere sempre nelle tue emozioni, non privartene, mai. Non convincerti di star male, né di essere felice. Regala uno spazio anche ai tuoi stati d'animo attuali senza troppe finzioni: è l'unico modo per entrare a contatto con la propria anima e porre se stessi sul piedistallo, come priorità imprescindibile.

Apri la porta di casa e scopri il mondo. Tuffati nel mare della vita come fossi piombo, pronto a immergerti e a catapultarti nella profondità del suo fondale. Impara a risalire come fossi olio, ponendoti al di sopra della superficie dell'acqua marina, dissipandoti come tante goccioline che trovano spazio qualsiasi sia la grandezza.

Amati, come fossi quell'uomo o quella donna che da sempre attendi ti bussi alla porta per chiederti di entrare. Anzi di più. Come fossi la proiezione di quella parte di te che chiede ascolto, che implora carezze, quella che chiede di essere presa per mano ed andare. Ascoltati, accarezzati, vai, da sola. Quella con noi stessi è l'unica storia d'amore che dura in eterno, degna di essere vissuta sino allo sfinimento del cuore.

Amate non chi vi ama, ma chi mentre vi guarda vi spoglia di ogni incertezza, solo chi alla fine vi aspetta ed intanto resta.

Trova la pace. Non significa porsi a distanza d'emergenza, fare tanti chilometri, abbandonare tutto, cambiare posti. Significa distanziarsi dal sentimento di paura e di insoddisfazione, lasciar scorrere ciò che ci fa essere dannati ed inquieti, cambiare il nostro approccio nei confronti delle cose, delle persone, della vita intera.

Praticate le buone maniere senza mai dimenticare di adottare gesti di smisurata gentilezza innanzitutto verso voi stessi. Siate gentili, con il vostro corpo, il vostro spirito, la vostra mente, ed anche con il vostro cuore. Prendetevene cura, portando avanti i vostri obiettivi qualsiasi sia il sacrificio cui sottostare, qualunque l'entità del prezzo da pagare. Assecondando il cuore ovunque scelga di andare, anche quando sceglierà strade impervie e dal selciato sterrato.

Non raccontatevi scuse per giustificare le vostre non-azioni. Non credete alle scuse che vi raccontano per giustificare chi resta inerme. Chi vuole qualcosa ad un certo punto scoppia e deve uscire per andarselo a prendere. Non sarà mai troppo tardi, né il momento sbagliato. Ci sarà una voglia che supera ogni montagna di scuse, ogni muro di parole eretto per tenersi in equilibrio. Ma ad un certo punto si cade, su un tappeto di gomma su cui vi si affonda o vi si rimbalza. Non ve le raccontate, né credeteci voi che ascoltate. Quella è un'altra vita, in cui implicitamente vi viene chiesto di starne fuori. Uscite, a testa alta, chiudendo il sipario, tra gli applausi di chi vi ha riconosciuto un certo valore.

E non credete nemmeno a chi vi dice che quello che state progettando sia impossibile. Basta crederci con estrema convinzione, a volte aspettare il proprio turno con indicibile pazienza. Il tempo e la vita vi ricompenseranno.

Non abbiate paura di lasciare, perché é vero ciò che si dice in giro, che quello che conta non ci lascia mai. Rimarrà con noi, sempre, in questa vita ed anche in quella successiva.

Sbagliate. E non per raccontarvi la storia del chi sbaglia impara. Imparerete, forse, o molto probabilmente no. Sbagliate perchè alla fine della vostra vita i vostri errori vi si appiccicheranno addosso, come cicatrici irremovibili. Più ne avrete, più avrete vissuto. E più avrete vissuto, meno rimpiangerete.

Abbiate il coraggio di vivere la vostra vita, non quella di qualcun' altro, né quella di chi pretende di decidere per voi. La vostra, in cui tutto sarà dettato dal vostro cuore, a partire dal dove per finire al con chi, senza pregiudizi, né rimpianti o paure, ma solo con quella voglia matta di vivere, vivere ancora.

Che nel nuovo anno possiate essere donne o uomini, ma al di sopra di ogni cosa, più esseri umani.

Non é mai troppo tardi o troppo presto, non si é mai troppo giovani o troppo vecchi per cominciare.

lunedì 10 novembre 2014

Amore sui binari.

La sveglia è suonata molto presto. Ho preparato velocemente un caffè, chiuso la porta di casa per percorrere il solito tragitto, accompagnata da un pizzico di ansia per ogni scalino che scendevo.


Sono arrivata alla stazione più tardi del previsto, ma sono stata abbastanza fortunata nel trovare un posto a sedere proprio accanto al finestrino. E proprio mentre ero intenta nell'osservare i cambiamenti del paesaggio attraverso i vetri, salgono sul vagone un uomo ed una donna, prendendo posto proprio accanto a me.

Lui la guardava come fosse un'oasi nel bel mezzo di un deserto. Non le staccava gli occhi di dosso, con quel suo sguardo denso di tenerezza e passione, come quello di chi avrebbe voluto tenerla stretta al suo petto. Lei sorrideva, toccandosi ogni tanto i capelli, sorseggiando il caffé che reggeva tra le mani, e lui intanto la seguiva in ogni suo gesto, come chi non avrebbe voluto gettarla tra le lenzuola spogliandola impetuosamente, ma era lei a spogliare lui di ogni sua debolezza.

Credevo si trattasse di una coppia di fidanzati, di quelli che hanno cominciato ad uscire da poco tempo, conoscendosi a mala pena, avendo ancora una voglia matta di scoprirsi in ogni singolo dettaglio. Gli occhi di quell'uomo raccontavano di una di quelle storie meravigliose, in cui c'è lei che gli fa il bucato, e lui che le prepara il caffé appena svegli.

I due sono scesi alla mia stessa fermata, dove ad attenderli c'era un altro uomo. Quest'ultimo ha dato alla donna un bacio sulla guancia e le ha preso la mano, trattenendola a sé per tutto il percorso. Mi è stato chiaro solo ad allora che non si trattava altro che amici, presumibilmente colleghi di lavoro, che hanno condiviso uno spazio in cui senza toccarsi si legavano a vicenda come gomitoli di lana. Ma ad un certo punto, al richiamo della fermata, sono dovuti scendere e quell'idillio che avevo seguito come la più accattivante delle soap opera è svanito.

Ed è allora che ho pensato a quanto spesso ci facciamo del male, volendo celare l'evidenza senza mai affrontarla. Alla nostra disattenzione, alla nostra mancanza nel cogliere i dettagli. Perché ognuno di noi, da qualche parte, avrà qualcuno che seguirà con quello stesso sguardo i nostri gesti, qualcuno che ci guarderà come fossimo la più amabile delle creature.
Ma sarà sempre troppo tardi, o troppo presto.
Sarà sempre per la solita ragione: perché a volte l'amore fa paura o, semplicemente, forse, non ce ne è abbastanza.

Ed allora ci si separa, lasciandoci cullare dal dubbio su come sarebbe andata a finire se non fossimo scesi alla nostra fermata. Perché a volte è più difficile ammettere che se non è stato, è perché in fondo non abbiamo voluto. Almeno, non abbastanza.



mercoledì 17 settembre 2014

Ritrovarsi tra le note di un violino.

L'altro giorno passeggiavo per le strade di Londra in una tiepida giornata di fine estate. Pochi minuti prima avevo avuto una delle conversioni più piacevoli da quando sono sbarcata nella capitale britannica. Una di quelle in cui non temi di pronunciare la parola ispirazione, né di ammettere che i 40 minuti in metropolitana ti hanno regalato minuziosi dettagli per cui sentirsi ispirati, da cui poter trarre cose belle da poter scrivere o semplici riflessioni quotidiane, senza mai sentirmi inadeguata agli occhi del mio interlocutore che mi scrutava quasi come per saperne sempre di più su questa mia bizzarra mania.

Poi, mentre passeggiavo, mi sono imbattuta in un artista di strada che suonava L'Hallelujah con il violino. Mi sono fermata ad osservarlo per pochi minuti. Era in piedi, all'ombra di un albero al centro di una piazzetta circolare. Nessuno, a parte me, era fermo ad ascoltare quella meravigliosa melodia. Le persone gli passavano di fianco con la solita frenesia londinese. Mentre quel giovane uomo era nella sua dimensione, gli altri stavano per iniziare la loro corsa quotidiana verso chi sa quale destinazione. 

Ed è lì che ho riflettuto su quanto talvolta lo stare fermi o il proseguire con i propri mezzi a disposizione ed i propri tempi, anche soli, possa beneficiare più dell'omologarsi a contesti in cui non ci sentiremo mai noi stessi, a corse fatte insieme, ma presumibilmente inappaganti. E' come se mi fossi posta da spettatrice in un angolo di strada, attratta non da quel via vai rumoroso, ma da una persona ferma offuscata da altre, dove il suono del suo violino era fioco perché acuito dal rumore che c'era in strada. Ed ho capito che siamo noi a decidere cosa vedere o ascoltare, nonostante ciò che possa sembrare, i rumori, i silenzi o l'incuranza, se i dettagli o la forma senza alcuna sostanza.

Per un attimo mi sono sentita come quel violinista: ferma a lasciare che quella musica mi entrasse dentro, la sola che avrei voluto ascoltare in quel momento. Ferma mentre tutti gli altri nella loro incuranza mi passavano di fianco correndo alla volta della loro chi sa quale destinazione, perdendo per la loro disattenzione l'occasione di imbattersi in qualcosa di dolce e di soave. Ferma di fronte quell'uomo ho capito che in pochi minuti mi ero ritrovata nella mia dimensione già due volte, che la mia destinazione non ha un indirizzo se non quello che porti il mio nome nella sua più autentica essenza, facendo un passo alla volta, ai miei tempi.

E allora ho capito che non importa dove tu sia e quali siano i tuoi piani: l'importante è circondarsi di cose belle. Quando non riusciremo a trovarle saranno loro a farlo e quando si nasconderanno sta a noi scegliere cosa osservare, su cosa focalizzare la nostra attenzione. 

Prima di andare via ho messo una moneta nel cappello capovolto del violinista. Lui mi ha semplicemente guardato, in segno di ringraziamento. 
C'è chi avrebbe potuto ascoltare i rumori delle automobili e vedere la folla frenetica in strada. 
Per me c'eravamo soltanto noi e la sua musica, fermi, perchè talvolta occorre fermarsi per poter proseguire meglio.

Gli altri non sapranno mai a cosa hanno scelto di rinunciare.

domenica 14 settembre 2014

Dietro l'angolo.

Impiego dieci minuti da casa mia al lavoro. Se cammino a passo svelto anche meno. 
Generalmente mi accendo una sigaretta che spengo sempre nella stessa stradina prima di svoltare l'angolo.
Sembra quasi una prassi consolidata: corro in strada, accendo una sigaretta, la fumo e la spengo esattamente lì. Se le avessi raccolte, una ad una, ciascuna racconterebbe di una giornata diversa. Quelle spente con la voglia di sentire il rumore del mare o il profumo del caffè bollente che ti sveglia di buon mattino, o quelle spente con il sorriso sulla labbra nonostante gli schizzi di pioggia che con un leggero tic toc bagnano le spalle. Quelle spente sperando di arrivare a casa presto ad abbracciare il tuo cuscino, oppure alzando gli occhi al cielo sentendomi una leonessa.

Da qualche giorno però la collezione di cicche di sigaretta in quell'angolo di strada sembra essersi arrestata.
L'altro giorno ho acceso una sigaretta esattamente come faccio sempre e solo quando ho preso le chiavi di casa mi sono resa conto di avercela ancora tra le dita e l'ho gettata via. E' successo quella sera, ed anche quella successiva, ed anche la seguente.

E' che ero stata trascinata così tanto da certi pensieri che avevo dimenticato le mie abitudini.Camminavo per inerzia e all'angolo non mi sono fermata, probabilmente non avrò nemmeno realizzato dove fossi e dove stessi andando.

Se raccogliessi tutte quelle cicche probabilmente non ci sarebbero quelle che raccontano invece di giornate in cui si è risucchiati in un vortice di pensieri senza fondo e di stati d'animo anomali. Quelle in cui fai esattamente il contrario di quello che pensi e dici esattamente il contrario di quello che invece faresti. Quelle in cui ti senti in un bilico creato soltanto da te perché forse l'altro nemmeno ci pensa. Quelle in cui cominci la tua battaglia giornaliera per sentirti diversa in luoghi dove invece basta essere uguale agli altri. Quelle in cui il silenzio ti consuma e dentro di te fa più rumore di un centinaio di stoviglie. Quelle in cui senti di dover cambiare qualcosa e aspetti il momento giusto per farlo ma non sai se sia già arrivato, forse mentre in quell'angolo nemmeno ci pensavi, sai da dove cominciare ma no se possa bastare. Quelle in cui vorresti un po' di pioggia che ti bagni la schiena per lasciare che tutto scivoli via.

Questa collezione la tengo per me, perché sono certa che nessuno la terrebbe con sé, sarebbe forse un inutile spreco di spazio.

E' che a volte dovremmo abbandonare certe abitudini per sentire il rumore dei pensieri che ci conducono esattamente dove vorremmo essere. Ma questa è un'altra storia.

giovedì 11 settembre 2014

Gli inglesi mi hanno insegnato che ...

Circa una quarantina di occhi sgranati fissavano lo schermo che di lì a poco avrebbe indicato il numero del gate per il ritiro dei bagagli in aeroporto. 
Sembravano gli stessi che cominciano a fissare l'orologio con un'ora d'anticipo la sera dell'ultimo dell'anno, mentre tua madre è ancora intenta a servire le ultime portate. 
O investitori intenti a controllare l'andamento della borsa.
Erano assorti, quasi ipnotizzati. 
Io ero distante dalla folla, seduta per terra. Ho capito che il numero del gate era comparso sullo schermo esattamente un nano secondo dopo che fosse stato visualizzato. Sembrava una folla impazzita che in corsa doveva racimolare il pane in tempi di guerra. 

E' sempre divertente osservare come gli inglesi si approcciano al tempo, correndo. Come, in questo modo, sono in grado di vincere le attese. 

Ed è forse vero che se attendi troppo si rischia che il tempo ti consumi, perché non ti aspetta.
Ma se attendi troppo poco, non avrai mai il tempo dalla tua parte. 

E ho pensato quanto in fondo il controllo del tempo ed il bilanciamento delle attese sia parte dell'orologio biologico di molti.

Aspettiamo la fine dell'inverno per metterci a dieta.
Aspettiamo di finire gli studi per dedicarci alle nostre passioni, perché ci eravamo sempre detti che avrebbero richiesto troppo tempo.
Aspettiamo la persona giusta alla quale dire ti amo, come se esistesse un decalogo cui fare riferimento che ci permetta di individuare se una persona sia giusta o meno. 
Aspettiamo il silenzio per pronunciare parole. 
Ma aspettiamo anche semplici gesti per ridurci nel silenzio. Errando, sempre.

Aspettiamo bufere per metterci a bordo di una zattera aspettando che finisca.
Aspettiamo di cadere in mare rischiando di annegare, prima di capire che siamo in grado di nuotare e risalire a galla da soli.
Aspettiamo quel momento propizio per dare sfogo alla nostra fervida immaginazione, la nostra occasione per far capire quanto valiamo, prima di capire che la vita è fatta di momenti in cui bisognerà sempre agire seguendo l'istinto e che il nostro valore non accresce aspettando occasioni, siamo noi a doverle creare.
Aspettiamo di negare sguardi prima di capire che vorremmo ritraessero il nostro volto in ogni istante, ed aspettiamo di imbatterci negli stessi prima di capire che o andiamo via o ci tuffiamo dentro.

Aspettiamo la pioggia per gustare il tepore dei raggi di sole che riscaldano la nostra pelle, e l'afa del deserto per avvertire la mancanza del fresco venticello autunnale.

E aspettiamo di morire, per poi rinascere ancora.

A volte mi chiedo se sia più giusto aspettare come ci è stato insegnato, oppure correre a prendersi ciò che si vuole anche a costo di restare delusi. 

Non è forse questo il prezzo della vita?

C'è chi sceglie di morire nell'attesa di un tempo che consuma, e chi, invece, sceglie di vivere.

Forse questi inglesi qualcosa mi stanno insegnando.




lunedì 11 agosto 2014

Imperfezioni.

L'altra mattina ero intenta ad asciugare le posate del ristorante, quando ad un tratto mi sono soffermata ad osservare i volti dei clienti in sala e dei miei colleghi, sembrando questi ultimi addirittura più gioviali dei primi.

Non so se lo fossero davvero, anzi credo che qualcuno nemmeno se lo domandi più. Fa parte di quel sistema che ti inghiottisce e non ricordi nemmeno quando e come sia capitato che ti sia trasformato in un essere robotico tuttofare. Posso saltare da una postazione all'altra, invitare i clienti ad entrare, preparare insalate, sparecchiare, chiedere loro se gradiscono un dessert, ma c'è una cosa che non sono in grado di fare su richiesta: avere un sorriso stampato sulla faccia perché così si deve fare. Ed è per questo che nascosta nell'angolo ad assicurarmi che piatti e posate fossero puliti per la clientela stavo bene: perché non dovevo pronunciare nessuna frase di circostanza, né sorridere come i miei colleghi. Un po' come quando mi rifugio in questo spazio digitale che racconta di quei dettagli e pensieri che messi insieme raccolgono la parte più autentica della mia vita.

E proprio mentre ero lì a lucidare l'ennesima forchetta, pensavo quando entrai in quel posto oramai un anno fa, con quell'unica aspettativa che accomuna chiunque approda in terra d'Albione: fare qualcosa, qualsiasi cosa.
Da allora è cominciata la mia corsa contro il tempo, quella che mi ha visto talvolta diventare grande nonostante avessi le ginocchia tremolanti, altre piccola nonostante la forza di un leone che come consueto tardo a tirar fuori. Sono entrata in quel luogo senza nessuna speranza, ma ogni giorno, mentre ero in cassa o a pulire forchette o a servire qualche cliente, la mia mente non si fermava mai. Pensavo, ogni giorno, a quello che potevo creare. Ed è lì che si sono compattati i miei desideri, che ho stabilito quali fossero le mie priorità, che ho alimentato le mie ambizioni, nonostante talvolta per la fatica vacillassero. Ma c'era una cosa che le ha sempre tenute insieme: la mia innata tendenza a riprodurre all'esterno il mondo ideale che sognavo per me, il non lasciare che niente al mondo ostacolasse ciò che di buono attendessi, e continuo ad aspettare. Sono entrata in quel posto in punta di piedi, ed in silenzio, e continuo a non far troppo rumore, perché ci tengo a mantenere i miei tempi, a non omologarmi ad una dimensione troppo veloce che non mi appartiene, perché c'è un olezzo di qualcosa che non so cos'è, so solo che è poco umano.

Questi mesi sono trascorsi in fretta. L'estate ha lasciato spazio alle foglie d'autunno che hanno ceduto il passo ad un gelido inverno che è stato poi spazzato via da una fresca brezza primaverile trasformatasi poi di nuovo in una breve ed inconsueta estate londinese, in cui ci sono giorni in cui il cielo sembra presagire l'inizio di un nuovo autunno, altri in cui quest'ultimo sembra ancora lontano. Non c'è niente che non rifarei, nonostante i sacrifici e qualche senso di colpa che ogni tanto, di notte, torna a farmi compagnia come fosse uno spettro che ti piomba dal soffitto, di cui non puoi far altro che tollerarne l'eco. Non c'è niente che non rifarei, nemmeno quelli che la gente continua a chiamare errori, ma che sono per me la parte più bella della vita. E non perché ti insegnano a non sbagliare più, ma perché ti portano a toccare con mano la tua reale dimensione, quella che sa di un'umanità che vorresti vedere in tanti altri che sembrano perfetti solo perché non commettono mai errori, ma sono invece dotati della più severa delle imperfezioni: quella che ti racchiude nello schema del si può-non si può, non facendoti godere mai abbastanza.

Non tratterò mai i miei "errori" con superficialità, perché non sarà mai vero che non me ne frega niente di loro. Se potessi li farei ancora, e ancora, e ancora, non solo per sentire l'olezzo del senso di colpa, ma avvertire il profumo di umanità dentro il mio cuore che mi spinge a chiedere perdono, ogni volta, anzitutto a me stessa.

Ed è per questo che del posto in cui lavoro poco mi importa. Perché ho avuto, chiamiamola fortuna, di mantenere integre le mie priorità, di non scendere mai a futili compromessi, di entrare ma mai fino in fondo in un sistema che non mi appartiene, quello che infonde il senso di dovere sotteso alla necessità di produrre per guadagnare. Io ho sempre lavorato perché avevo necessità di creare qualcosa di diverso. Chi crea non è suddito né li detiene, è semplicemente padrone di sé e fuori da quel contesto in cui non gli si può chiedere di ridere, perché quello è il linguaggio più intimo di un'anima. Quella che nessuno può controllare, quella che commette errori, quella che è bella perché è così, semplicemente imperfetta.

Quella mattina, nascosta in quell'angolo, nessuno mai dei presenti mi avrebbe chiesto a cosa pensassi.
In realtà pensavo a quanto sia semplice cancellare momenti etichettati semplicisticamente come "errori" come fosse la cartella di posta indesiderata, piuttosto che conviverci accettandoli come parte integrante di vita, quella che possiamo scegliere di cambiare o che può cambiare noi. Pensavo al modo di tenere in vita le priorità nonostante gli ostacoli, senza commettere l'errore di chi desidera ardentemente qualcosa e quando è ad un passo dall'ottenerlo molla perché ha paura.

Pensavo che nella vita si fanno delle scelte, ed io ho sempre scelto, ma qualche volta avrei voluto che qualcuno lo facesse al mio posto per sentirmi meno colpevole, forse. 

giovedì 7 agosto 2014

Vivere di sfumature.

Stamattina nell'aprire il frigorifero i miei due scompartimenti sembravano sovraccarichi di roba.
Eppure c'erano solo tre yogurts, una confezione di fragole, un'altra di pomodori, un barattolo di sugo pronto, una bottiglia di succo alla mela, dei toasts e del formaggio.
Il frigo sembrava pieno, come quando in un piccolo spazio tenti di farci entrare il necessario che supera l'effettiva capienza, allineando tutte le bottiglie, riponendo i barattoli negli angoli e le confezioni di yogurts le une sopra le altre.

E ho pensato in quel momento al modo in cui si vive in una piccola città piuttosto che in una grande metropoli, dove gli spazi limitano i desideri facendoli sembrare però eterni e mai spenti, in cui ogni minuto sembra durare più di sessanta secondi, in cui i piccoli spazi fanno da alibi per tenersi stretti, in cui sembra all'apparenza non entrarci niente, eppure vi si può inserire tutto.

Perché quello che ho imparato vivendo in una grande città come Londra è questo: che non è vero che spazi enormi rendono giganteschi anche i tuoi desideri, ma spesso si rimpiccioliscono per far spazio a quelli degli altri, o addirittura per crearne tanti altri della stessa portata; che un minuto dura un secondo o forse anche meno e che i grandi spazi forniscono alibi per allontanarsi nonostante le distanze siano facilmente raggiungibili, in cui sembra che tu possa metterci dentro tutto ciò di cui hai bisogno, e forse ci riesci, pur mancando sempre qualcosa che vorresti tener stretto, a tuo modo, scegliendone la forma più appropriata che non si rivelerà però mai quella giusta.

E' che in una grande città come questa devi imparare a fare a meno delle persone. Quelle che vanno e vengono come onde che toccano il bagnasciuga per poi ritirarsi. Quelle che come schizzi di pioggia ti accarezzano la pelle, lasciandoti sentire un profumo di aria fresca che durerà esattamente quel minuto che percepirai come fosse un secondo. Quelle che vorresti tener strette pur essendo una strada vietata. 
Quelle con cui ti andrebbe di condividere semplicemente un po' di umanità, che ha lo stesso profumo del caffè appena svegli, la risata dei bambini in una piccola piazza di paese in un pieno pomeriggio d'estate, la voce di chi ti dice che resta con te perché le distanze, di qualsiasi forma si tratti, sono solo una creazione della mente, semplicemente bugie.

E' la terra in cui non c'è tempo, in cui tutto nasce e muore velocemente, in cui i rapporti durano quanto la vita delle farfalle. 
E puoi decidere di sottostare a questo insano principio che mette il tuo essere umano alla gogna, di vivere di solo bianco o solo nero, di cose che se non sono grandi allora è bene che divengano niente, o vivere di sfumature, sotto un cielo che vedi sereno anche quando vi sono poche nuvole che intiepidiscono i raggi di sole, al cospetto di un tramonto in cui la vasta gamma di colori si addiziona tramutandolo in un rosa inconsueto. 

Sarà che ho imparato a riparare piuttosto che a gettare, a trattenere piuttosto che respingere, a desiderare anche quando sembra sia proibito. 

Sarà che la leggenda racconta di un cielo londinese sempre grigio, mai solo bianco, mai solo nero.


giovedì 3 luglio 2014

339 giorni, 8136 ore di Londra, la mia.

Sono trascorsi 339 giorni. Pressappoco 8136 ore.
Eppure da quando ho chiuso la porta di casa, con la mia valigia rossa, ed una mente spoglia di ogni aspettativa, sembra ieri.
Ma adesso sento che sia arrivato il mio turno. Sento di dover fare un resoconto di questi 339 giorni, 8136 ore di Londra, la mia.

L'ho capito quando uscendo di casa, avrei voluto svoltare l'angolo ed imbattermi nel mare. Vederne anche uno scorcio tra un blocco di cemento ed un altro. L'ho capito quando avrei voluto gridare, ed invece dovevo sorridere. L'ho capito quando ho avuto paura, ed ho dovuto creare un'altra parte di me, quella che non conoscevo, che si è anteposta a quello che ero. L'ho capito quando avrei voluto lasciare, ed invece sono restata, come incastrata tra due cabine telefoniche. L'ho capito quando avrei voluto pronunciare parole diverse da quelle che il suono della mia voce emetteva. L'ho capito quando sono tornata al quel 29 luglio del 2013 e guardandomi allo specchio mi sono vista diversa.

Sono partita come tanti, con la prima low cost disponibile.
 L'affluenza dei giovani, in maggioranza italiani e spagnoli, che ogni mese scelgono Londra con slancio ascetico, è notevole.  Non è chiaro se stiano fuggendo dall’Italia o se è irresistibile il richiamo della metropoli con tutte le sue leggende. Non lo sanno neppure loro. Si mimetizzano alla dogana con definizioni di circostanza. Studente. Ragazza alla pari. Turista. Artista. Sembra quasi paragonabile allo sbarco dei clandestini a Lampedusa. Solo che qui al posto dei gommoni, ci sono i voli low cost. Ma il costo del biglietto non costa quanto tutto ciò che dovrai affrontare, sudare, costruire, forse ottenere, una volta atterrato in terra d'Albione.

Dire che quando sono arrivata non avevo niente, è errato. Avevo me stessa, ed è da qui che ho cominciato. Dopo 14 giorni sono riuscita ad avere una prova nel ristorante in cui tuttora lavoro: il mio mezzo di finanziamento, per l'affitto, ma soprattutto per l'obiettivo su cui ho scelto di puntare solo dopo due mesi che ero a Londra, dandomi il tempo di capire chi ero e dove volevo andare. Come dice Shakespeare: "Sappiamo chi noi siamo, ma non sappiamo chi potremmo essere". E la mia fantasia ha di gran lunga superato la mia aspettativa.

Ma Londra non è il Paese dei Balocchi, né la terra promessa. E' una città grande in cui noi immigrati ci culliamo in una solidarietà sottile, sottesa alla condivisione di aspettative importanti, tra cui quella un giorno o l'altro anche di tornare.
E' una città che ti vuole pronto, in cui sono ammessi sbagli solo se avrai la modestia di perdere e la costanza di ricominciare. E' una città che ti vuole coraggioso, astuto e caparbio. E' una città in grado di deluderti come nemmeno il peggior uomo sulla faccia della terra, ma di regalarti tanto se avrai pazienza e generosità nel darti completamente, anche oltre quello che sapevi di possedere.

Pensavo a quanto sia una città in grado di disumanizzare. Non riuscirai a capire quando sia avvenuto, ma diventi un numero, utile ma mai indispensabile. Lo sarai quando aprirai la porta di casa e ti camufferai tra la gente che corre in metropolitana o per strada consumando il proprio panino, scansando i passanti, ed anche te. Lo sarai quando andrai a lavorare, perché la tua forza fisica basterà lì ed allora perché utile, ma mai per il tuo nome, il tuo viso, il tuo modo di fare. Sarà paragonabile a quella di chiunque altro. Come una cesta con tanti numeretti da pescare: l'uno o l'altro è indifferente. Lo sarai per autodifesa perché prima o poi dovrai dire "arrivederci", perché in una città che corre, a correre sono gli istanti così come le persone che scelgono di andare via.

Questi 339 giorni e 8136 ore racchiudono il bello ed il cattivo tempo. Il dolce e l'amaro. La delusione e la soddisfazione. I saluti e gli abbracci. Il desiderare ed il rinnegare. Il volere esattamente il contrario delle proprie azioni ed il tentare di scardinare muri che non si riveleranno altro che tali. Il sudore e le aspettative. Il guardare avanti ed il restare con un piede accanto alla porta per lasciare un piccolo spiraglio di riapertura. Le persone ed i fuochi di paglia. I rapporti e quelli che chiamo solo numeri. Solitudine. Paura e voglia di vincere.

Questi 339 giorni e 8136 ore raccolgono me stessa, a Londra, la mia.




martedì 3 giugno 2014

Scarpe in grado di portarti lontano.

E' un po' come quando indosso scarpe strette che non vedo l'ora di togliere, perché piuttosto preferisco camminare a piedi nudi. Come per le scarpe, così è per i rapporti. Non posso indossare scarpe troppo strette, di quelle che compri per entusiasmo, ma con cui a mala pena racimoli un'uscita che vedrà come epilogo un'occhio di pernice ad entrambe i mignoli, lasciandoti maledire quell'acquisto per tutto il tempo, donandoti un barlume di speranza il solo pensiero di tornare a casa e sfilartele.
Ma non posso indossare nemmeno quelle troppo grandi. Quelle che all'inizio sembreranno comode, ma a lungo andare lo saranno solo da ferma, perché quando comincerai a muoverti avrai come la sensazione che le suole calpestino l'asfalto prima di te, ed anche i tuoi piedi, ad un certo punto, vorranno sfilarsele per prendere una direzione diversa, perché i tempi non sono gli stessi, perché dentro c'è uno spazio così grande da farcene entrare almeno altri dieci. Sono come rapporti superficiali o di facciata, che come acqua attraverso un imbuto, troppo stretti o larghi che siano, troveranno il medesimo epilogo.
Le scarpe su misura sono invece come quelle persone in cui ti ci metti dentro e ti senti finito. Come quelle che percorrono la strada al tuo stesso ritmo, come quelle che bastano per riempire ogni spazio e tempo. Come quelle per cui non avrai magari nutrito alcun fervido entusiasmo all'inizio, ma che alla fine si riveleranno come l'acquisto migliore, perché te le porti con te, qualsiasi stagione si tratti, ovunque tu scelga di andare, senza che tu mai dica basta. 

Ed è così che vivo i miei rapporti, di qualsiasi natura si tratti. E non perché ami il concetto di connubio perfetto. Amo le persone che sanno essere così: come scarpe in grado di portarti lontano. 

Del resto, ho imparato a farne a meno.

mercoledì 30 aprile 2014

Scelgo il numero sette.

Londra è una porta aperta da cui le persone entrano ed escono di continuo, come un sipario che si apre e si chiude quando la performance volge al termine. E' una porta aperta a persone che, una volta varcata la soglia, divengono numeri imprecisi, tutte uguali, sebbene diverse.
Ed è all'importanza delle persone che pensavo, come essa cambi a seconda dei luoghi calpestati. 
Sono di un paese del Sud Italia, in cui le persone si conoscono pressappoco tutte, in cui se chiedi una sigaretta ti viene offerto l'intero pacchetto, in cui i ristoranti sono pieni solo nel fine settimana perché si pranza o si cena fuori soltanto nei giorni di festa, e quelli sono una rarità. Sono di un paese in cui le mancanze si avvertono, gli abbracci sono forti, le parole sono importanti, le persone non sono tutte uguali, non sono numeri, ma hanno un volto, un nome, una propria identità. Sono di un paese in cui lo scorrere del tempo si avverte, in cui le persone che incontri divengono tuoi amici ed è probabile che te li porterai con te per l'intera vita. Sono di un paese che è una porta piccola, di quelle da cui entri sgattaiolando su di un piccolo sentiero che porta al mare, alla spiaggia, al fresco venticello tipico del mese di maggio, in cui, puoi star seduto per ore a leggere un libro mentre tiepidi raggi di sole riscaldano la tua pelle, senza mai bruciarti, ritrovando te stesso nei sorrisi della gente, la quiete nel sole che man mano si nasconde per dar spazio alla luna. 
E pensavo a quanto in fondo mi stia abituando allo scorrere veloce delle persone, che oggi ci sono, domani non più. Come se fosse una prerogativa di una città dove il tempo si percepisce in maniera diversa, dove la calma è quasi un'utopia, in cui il lunedì non è così diverso dal sabato. E pensavo alla differenza tra bisogno ed amore, inteso nelle sue mille sfaccettature. Al cospetto del primo saremo in fondo tutti uguali, numeri da addizionare, moltiplicare, dividere e talvolta sottrarre. Pensavo a quanto il bisogno sia in grado di sminuzzare il tempo, fornire la stessa maschera a tutti coloro che sceglieranno di tuffarvisi dentro, quanto sia in grado di chiudere porte con le catene, quelle stesse che per una forza, definiamola naturale, verranno spezzate. Al cospetto dell'amore anche un singolo attimo avrà importanza, anche un dettaglio varrà, per definire volti, sguardi o forme simili, ma mai completamente uguali. Ed è al suo cospetto che tutti i numeri si azzerano, è davanti a lui che le porte resteranno sempre aperte, per far entrare persone, per imparare, talvolta, anche a lasciare andare. 
Ed in questo continuo riflusso di persone, pensavo che la mia è la città dell'amore, Londra quella del bisogno. Ma se devo essere un numero, allora scelgo il numero sette. Perché il doppio suono dentale suona bene, e perché il sette è vicino al dieci, molto distante dall'uno, ma supera il cinque. Perché il sette è abbastanza, mai troppo poco, mai un eccesso. E' un numero che inconsciamente lascia pensare che vi sia un proseguo, anche ai bambini si insegna a contare almeno fino al numero dieci, al sette non ci si ferma mai. E' un numero che si pone a metà strada tra il cinque ed il dieci, tra la pianura e la cima. Ci si può anche fermare, perché in fondo il numero sette è come un giovedì nel corso della settimana: sembra un numero messo lì a caso, ma è bello perché unisce. Non esistono numeri nella prima decina che vantino questa caratteristica. Sembra gli si possa dare quasi il volto di un giovane sorridente che aiuta un'anziana donna ad attraversare la strada, una piccola porta che conduce in cima per guardare dall'alto la bellezza di tutto il paesaggio circostante, sembra quasi avere la freschezza di un vento che spazza via le nuvole, infondendoti la speranza che domani è un giorno nuovo per andare avanti. 
Così si arriva ad essere numeri, senza mai sentircisi. E allora si impara a dare ai numeri un'identità, un volto, un nome. Si impara a sentire le mancanze, lo scorrere impetuoso del tempo che come un uragano fa piazza pulita, lasciando che tutti, prima o poi, escano da quelle porte che l'amore ha lasciato aperte. Si impara ad immaginare il mare, la spiaggia, il sole, nonostante sia tutto molto distante da te. Si impara il modo di creare spazi piccoli in un enorme universo. Si impara il modo di portare amore in cui la natura farebbe sorgere soltanto bisogni. 

Se devo essere un numero, scelgo il numero sette.