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domenica 7 ottobre 2018

Tramonti che uniscono


Mi piace osservare i tramonti.
Mi fanno pensare alle distanze che si assottigliano.
A chi riesce a guardarsi solo a luci soffuse.
A due corpi che si sfiorano.
A due anime diverse che riescono a trovare la stessa strada per ricongiungersi.
All’azzurro che nasce con una tonalità tenue per poi diventare sempre più intensa.
Ai colori che si intersecano, sino a catturare quello che rapisce lo sguardo più di tutti gli altri.
È il preludio di una fine che ha in grembo un nuovo inizio.

Mi fa pensare agli incontri.
Come il giorno che lascia spazio alla notte.
All’avvicinarsi, timidamente.
A quel momento che precede l’unione.

Mi fa credere che sia possibile cristallizzare il tempo, creando una dimensione in cui non vi sia alcuna fretta di andare.
Quella in cui il silenzio è la risposta a qualsiasi tua domanda.
Una dimensione da cui potresti scappare, ma decidi di restare.

Mi fa pensare al tenersi per mano, prima di lasciarsi andare.
Al guardarsi negli occhi, un attimo prima di innamorarsi, o di dirsi addio.
All’abbracciarsi, forte.
Man mano che le tonalità dei colori del cielo divengono sempre più intense.
Quando il rosa incontra il blu, ed il rosso l’arancione.

Mi fanno pensare ad un anello di congiunzione.
Ad un ponte che collega le sponde opposte di un fiume.
A tutte quelle cose che non sono nate per essere bianche o nere, il giorno o la notte, pioggia o arcobaleno.
A tutte quelle cose che sono lì per darci del tempo.
Quello concesso, strappato, implorato, o anche imposto.
A tutte quelle cose che sono importanti perché ci insegnano ad aspettare.
Si interpongono tra due realtà diverse e preparano l’una a lasciare spazio all’altra.
Lasciano che si scrutino, man mano che la luce diventa sempre più fioca.
Che si sfiorino, sino a trovare la stessa strada per due.
Che si incontrino, prima di diventare una cosa sola.
Lasciano che ci sia un tempo in cui non vi sia fretta di andare, necessità di parlare, in cui si sceglie di restare.
Lasciano che le due si tengano per mano e che si guardino prima di abbandonarsi l’una nelle braccia dell’altra.

Lasciano che le distanze si assottiglino.
Così, come tutte le cose che sembrano meno importanti.
Così, come tutte le cose che invece contano più delle altre, perché uniscono.

mercoledì 21 marzo 2018

Promettimelo, cara

Promettimelo, cara.
Che il riflesso delle onde del mare non svanirà mai nei tuoi occhi. Che non smetterai mai di ascoltarne l’eco. Che non smetterai mai di immaginarti a piedi nudi nella sabbia bagnata in una giornata di fine estate, mentre una sottile brezza ti scompiglia i capelli.

Promettimelo, cara.
Che osserverai il passaggio delle stagioni con la leggerezza di chi sa di non poter cristallizzare il tempo, consapevole però di quanto ogni singolo istante sia prezioso.
Per imparare ad amarsi di più.
Per imparare a non essere preda degli eventi, ma a sfidarli, come un cavaliere valoroso.
Per imparare a cogliere ciò che si crede di meritare.

Promettimi, cara, che il tuo sguardo sarà sempre orientato verso il sole.
Anche quando piove. 
Promettimi, cara, che non aspetterai l’arcobaleno, ma che andrai a cercarlo tu.

Promettimi, cara, che le tue mani saranno sempre tese come a voler catturare le stelle. Perché forse non ci riuscirai, ma impererai a protendere te stessa verso qualcosa che sa di infinito.

Promettimi, cara, che quando tutto sarà finito, ricomincerai da capo. A creare un nuovo cielo su cui dipingere ogni cosa, da nuove stelle ad un arcobaleno dalle tinte sempre più vivide, da un nuovo sole ad altre nuvole su cui imparare a soffiare più forte per spazzarle via.

Promettimi, cara, che non dimenticherai mai come remare.
Soprattutto col vento a sfavore.
Rema. Continua a farlo. Anche mentre le onde ti colpiranno in viso.
Perché devi andare dove il tuo cuore ha deciso che tu vada, sempre.
Promettimelo, cara.

E promettimi che riuscire a capire in che direzione tira il vento non sarà mai in cima alle tue priorità.
Non lo devi sfidare.
Nè lasciarti cullare.
Nè tanto meno far sì che ti scaraventi sull’asfalto.
Devi rimanere ferma.
Promettimelo, cara. Che tu non sarai mai una bandiera. 
Promettimi, cara, che avrai sempre a mente una scala di valori che ti permetterà di destreggiarti tra le folate di vento, perché saranno loro a decidere per te da che parte stare. E non rinnegarti mai, promettimelo.

Promettimi che esplorerai tutte le strade, cara. 
Quelle ripide.
Pianeggianti.
Collinose.
Inesplorate.
Per poi decidere di percorrere quella a te più familiare. Quella che conduce verso casa.
Tuttavia, cara, promettimi che la tua scelta non ricadrà mai sulla strada più facile. Le cose belle sono complicate, promettimi che lo terrai a mente, cara.

Promettimi che dispenserai sempre gentilezza, cara.
Anche quando risulti inopportuna.
Fallo a caso, almeno una volta al giorno, come una pillola presa dopo i pasti.
Fallo, per sentirti una persona migliore.
Promettimi di porlo in cima alle tue priorità, cara.

Promettimi, cara, di usare con gli altri lo stesso rispetto che nutri verso te stessa.
Promettimi di andare alla ricerca di momenti, persone, circostanze, che sappiano tutte di umanità.
Promettimi che però riuscirai a bastare a te stessa.
Con tutto l’amore che ti porti dentro.
Promettimelo, cara, perché ti aiuterà a sentirti più forte.

E promettimi che non userai mai nessuno come stampella cui aggrapparti.
Promettimi, cara, di non contemplare mai come possibile il bisogno d’accettazione. Perché é l’unico, tra i bisogni, a renderci deboli. Gli altri, solo vulnerabili, e la vulnerabilità è umana, cara. 

Piuttosto, promettimi di selezionare sempre i fiori più belli.
Quelli che ti catturano per il loro profumo intenso.
Quelli colorati al punto da colorare persino i tuoi occhi.

Promettimi anche un'altra cosa: che la verità sarà sempre il tuo unico rifugio.
Promettimi che saprai sempre riconoscerla.
Tra tutte le bugie in cui avrai imparato a credere, solo per attutirne il colpo.

Promettimi, cara, di preservare sempre la tua dignità.
Quella che si pone sul binario opposto dell'orgoglio, ma che s'interseca con l'amor proprio.
Quella che bilancia azioni e desideri.
Quella che misura pensieri e parole.
Quella che definisce chi sei.
Promettimelo, cara. Che tu saprai sempre chi sei.

Promettimi, cara, che non smetterai mai di innamorarti.
Delle tue debolezze che collimano con i punti di forza.
Del tempo da catturare alla svelta mentre fugge, solo per creare qualcosa di bello.
Dei colori dell’alba, quelli che lasciano immaginare un nuovo inizio.
Dei profumi della primavera.
Dei sapori, anche di quelli che il tuo palato non saprà riconoscere sin da subito.
Della vita, tutta quanta.

Promettimi che ad ogni tempo destinerai una promessa diversa.
Promettimi che non smetterai mai di prometterti qualcosa.

Cara, promettimelo.

domenica 11 febbraio 2018

Goccia dopo goccia

L’ho fatto tante volte. Riempire gli spazi, in cui non riuscire ad identificare un punto d’inizio ed una fine. Così, con una goccia dopo l’altra, credevo di riempire il bicchiere. A volte ho aspettato lo facesse il tempo, raramente è stato il tempo ad aspettare me. 

Ci vuole pazienza a riempire la vita con un contagocce. Troppa fantasia ad immaginare il mondo riflesso in una goccia che brilla solo in controluce. Follia, un pizzico, a credere che possa bastare, ma resilienza, smisurata, per convincersi che, goccia dopo goccia, il mare non sia poi così lontano.

Allora, ho riempito il contagocce, l’ho agitato sino a svuotarlo tutto in una volta. Credevo bastasse un unico grande sforzo. Ma non sono riuscita a sentire il rumore del mare, delle sue onde che battono alle pareti rocciose per poi perdersi nell’aria, tornare indietro e ricominciare tutto da capo.

Così, ho riempito il contagocce, prestando attenzione. Al modo, alla misura, al tempo. Un gesto svelto, preciso, di un secondo appena. Istanti intervallati da silenzi così lunghi da sembrare quasi eterni, prima di essere interrotti da un altro istante, in cui la goccia si posa sul fondo del bicchiere, potendone avvertire persino il rumore. Ma il mare mi è apparso sempre troppo lontano.

Ho pensato, per un breve periodo, che ci si dovesse appropriare di uno strumento per equilibrare la vita, così da farla sembrare lineare in cui addirittura le sbavature riescono a seguire una linea retta. Uno strumento con cui misurare lo spessore delle persone da avere accanto, così da poter essere presenti ma non troppo. Uno strumento con cui misurare le relazioni, che avessero la parvenza di qualcosa di umano, senza necessariamente esserlo, restando in superficie. 

Uno strumento per essere cauti, ma non troppo.
Per fare delle scelte, ma non quelle che fanno paura.
Per concedersi, solo a piccole dosi.
Per immergersi in acque che abbiano la giusta temperatura, mai troppo calde o gelate.
Per arrivare a metà, tra la superficie ed il fondale, così da essere pronti a tornare indietro.
Per essere coraggiosi, senza però mai commettere sciocchezze.
Per dire sempre la cosa giusta al momento giusto.
Per credere solo alle parole scalfite sui muri, non a quelle sulla sabbia portate via da una folata di vento.
Uno strumento per discernere una sagoma da una persona, un volto da lineamenti facciali che esprimano un’emozione qualsiasi sia l’espressione assunta.

L’ho fatto, prima di capire che quello strumento non aveva nulla a che fare con me. Così, ho cominciato a credere che non dovessi farmi piacere necessariamente quello a cui per natura non mi sarei nemmeno mai accostata. Solo per riempire uno spazio. Ed è stato allora che ho appurato che ho sbagliato, senza credere però di aver commesso necessariamente un errore, perché poi ho imparato. 

Tutte le volte che ho usato il contagocce per voler essere cauta, quando forse avevo solo paura di fare delle scelte importanti. Quelle che poi sono esplose, alcune soltanto in un gran fracasso, altre in fuochi d’artificio colorati durati solo pochi minuti, di quelli che però agevolano lo slancio. Altre ancora silenziose, di quelle che però riesci a scriverti dentro, diventando non uno strumento ma un punto da cui partire con cui misurare la vita. 

Così ho sbagliato, tutte le volte che ho creduto di dividermi in dosi, perché sono una persona, tutta intera. Tutte le volte che ho voluto constatare la temperatura dell’acqua prima di immergermi e tutte le volte che sono rimasta a metà, tra la superficie ed il fondale. Perché alla paura di scottarmi, di gelarmi, di non riuscire a tornare indietro, ne è sopraggiunta un’altra: quella di non vivere abbastanza.

Così ho sbagliato, come tutte le donne convinte di possedere un’innata insicurezza, a temere di commettere sciocchezze. Il coraggio non è mai sciocco, ma consapevole che essere umani significa non essere esenti da errori, ma provarci comunque. 
Così ho sbagliato, a credere solo alle parole che sembravano eterne perché scalfite nella pietra, perché il tempo le consuma, anche quelle. Ed ho sbagliato, tutte le volte che mi sono imposta di capire chi avessi di fronte, perché anche a quello ci penserà il tempo. 

Così ho sbagliato, ma poi ho imparato. 
Che non sarò mai quella persona dedita a misurare il tempo, le persone, me stessa.
Che non ho bisogno di riempire il mio tempo, perché il mio tempo è tutto ciò che conta: non vuole che riempia vuoti con vuoti, che sia precisa a centellinare ogni singola goccia, che lo svenda con ciò che non voglio, che non trasmette, che non mi sa di vita.
Che non si può immaginare il mare se non si riesce prima a crearselo dentro.

Me ne dovevo liberare e adesso riesco a sentirlo.
Che con le sue onde batte violentemente contro le pareti di una scogliera, per poi perdersi nell’aria, tornare indietro e ricominciare tutto da capo.
Riesco a sentire il rumore delicato di quelle che sul bagnasciuga riescono a toccare a malapena i piedi che sprofondano nella sabbia umida.
Riesco a sentire il profumo della salsedine.
Il tiepido calore di una giornata di fine estate.
I colori pastello del sole che si nasconde all’orizzonte.
Il mare. Adesso riesco a vederlo.

giovedì 7 dicembre 2017

Con dignità

Ho sempre pensato al concetto di dignità come ad un qualcosa dai colori pastello, quelle tinte tipiche primaverili, fresche, di quelle che messe insieme donano lucentezza, pur essendo di una semplicità disarmante. Ho sempre reputato fosse importante, la dignità.

Mi è stato insegnato così ed è forse per il senso di responsabilità che si impossessa di me ogni qual volta mi imbatto nell’ennesima lezione che la vita vuole impartirmi che l’ho posta in cima alle priorità, come qualcosa di indissolubile. Di colorato. Di fresco. Di lucente. Di semplice. Come tutte le cose che ancor prima di offrire una forma, definiscono la nostra sostanza. Quella che si pone come una bussola per qualsiasi cosa, dalle azioni ai pensieri.

Non credo abbia a che vedere con il fare sempre la cosa giusta, piuttosto ciò che ci si sente di fare. Ha a che fare con quello che siamo, perché l’abbiamo imparato a nostre spese o semplicemente lo siamo diventati, con il tempo.

Allora dare forma ad ogni tipo di emozione che si prova sarà dignitoso, solo se la forma applicata ci rispecchia. Perché, in fondo, la dignità è il rispetto che ciascuno avverte nei confronti di se stesso. Per questo motivo, è anche verità. La dignità è soprattutto verità.

Ed è sulla base di questo principio che, col tempo, ho imparato ad impossessarmene, e a rispettarla, come il bene più prezioso che decidi di custodire gelosamente in uno scrigno chiuso con un lucchetto, per evitare che qualcuno lo apra e decida di farne ciò che vuole.

Oggi, alla mia dignità ho posto un’etichetta con sù scritto il mio nome e cognome.
Non potevo farlo prima.
Dovevo imparare a contare tutti i miei sbagli e a non percepirne il senso di colpa, ma riderne, a crepapelle, al punto da volermene concedere un altro.
Dovevo imparare a rischiare e accettare tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, e che per loro natura sono imprevedibili. Ma chi osa, vince. Sempre, a qualsiasi prezzo.
Dovevo imparare a salire sul giusto gradino, mai uno più in basso per agevolare chi, intanto, avrebbe avuto una visuale migliore della mia.
Dovevo imparare a pensare non soltanto a me, ma anche a me, soprattutto a me.
Dovevo imparare ad amarmi nella mia imperfezione.
Dovevo imparare a darmi un valore che si sposasse a pieno con i miei desideri, e a pensare di meritarmelo.
Dovevo imparare a non sentirmi sbagliata, ma me stessa. A non sentirmi sbagliata per gli altri, piuttosto giusta per me stessa. 

Allora, la cosa più importante che ho appurato, é che questo senso di dignità ti fa sentire integro, tutto intero, senza pezzi mancanti che non siano ulteriori frammenti che sovrapporrai ad altri già esistenti, mai per completarti, ma per la bramosia di sapere qualcosa che ancora ignoravi, di conoscere qualcosa che non avevi ancora sperimentato, per aggiungere un colore che sulla tua tavolozza non avevi ancora posto.
Non ti fa desiderare l’approvazione altrui, perché la verità non ne ha bisogno.

Mi è capitato, varie volte e sotto forme diverse, che venisse presa come bersaglio. 
Perché esistono, secondo me, diverse forme di violenza applicate da uomini vili, e non solo.
Ma quella più grave, è quella che c’é ma non si vede. Quella che serpeggia, senza far troppo rumore, perché mira ad indebolire il bene più prezioso custodito nel tuo scrigno.
Allora non ci saranno porte che sbattono.
Urla in grado di abbattere pareti.
Non é quella violenza del ‘ti distruggo ogni cosa’.
Nemmeno quella degli ultimatum.
Non é quella che ha una data d’inizio ed una scadenza.
Quella che mette in luce un problema e, nel bene o nel male, tende alla ricerca di una soluzione.
E nemmeno quella in cui prevarica chi alza di più la voce.
La conosco, molto bene.

Ma ho imparato a conoscerne anche un’altra, proprio quando i semi piantati hanno dato vita ai primi boccioli che non intendo abbandonare, ma continuare ad innaffiare affinché divengano dei bellissimi fiori.

In questo caso le porte sono già chiuse, non occorre che le sbatta qualcuno.
Esistono silenzi che sanno quasi di eternità.
Non c’é alcunché da distruggere, perché non è stato mai costruito qualcosa di semplice.
Sembra non finisca mai, a patto che non sia tu ad alimentarla.
Quella in cui non esiste una soluzione, perché non ci sono nemmeno problemi.
Quella in cui serpeggia un senso di prevaricazione al solo scopo di demolire, perché si crede che la propria forza si faccia sulla pelle degli altri.
Quella che è finta, perché si nutre di pregiudizi, di bugie che ci si racconta al punto da immaginarle come unica via, di insicurezza.
Quella che come unica strada vede la prepotente ricerca di approvazione, perché non ci si sente interi ricercando in altri i pezzi mancanti, provando a staccarli, in qualunque modo, qualsivoglia sia il prezzo.

Sin da quando ero piccola, mia madre mi ha sempre detto di non dover ricambiare con la stessa moneta, quando ancora non ne comprendevo a pieno il significato. Oggi lo capisco, e la ringrazio, perché ho imparato a vivere tutto sino al midollo, per poi scrollarmi di dosso ogni cosa con un sorriso.

E anche perché, come tutte le madri, anche la mia aveva ragione, come sempre.
Così ho capito che non sarò mai quella donna che inarca le spalle e procede dritto e a passo svelto senza mai più voltarsi. Ma quella che si concede il lusso di inciampare, tante volte, prima di capire che vale la pena lasciar perdere. Mai con rammarico, ma conscia dell’unica verità osservabile. Con dignità, nonostante le ginocchia sbucciate.
Non sarò mai quella donna che si pone sul piedistallo, ma quella in grado di scendere ogni gradino, da sola, pur di trovare una soluzione, se esiste.
Non sarò mai quella delle mezze misure, delle emozioni contenute.
Quella che c’è ma non si vede. Piuttosto, quella che c’è ma può far finta di non esserci.
Non sarò mai quella del ‘poi vediamo, forse, può darsi’.
Non sarò mai quella che si nasconde dietro un dito. Non l’ho mai saputo fare, avrei voluto provarci, qualche volta.
Non sarò mai quella cui la mia dignità non sente di appartenere.


Ed è così, grazie a tutto questo, che mi concedo il lusso di sentirmi debole come un germoglio dei primi di marzo, e al contempo forte come un leone. Con dignità: tutta quella che ho, che sto facendo crescere e che ancora dovrà attendermi.
Che fantastica storia è la vita, cantava qualcuno. Con una certa dose di dignità, se lo crediamo fino in fondo, autenticamente fantastica, aggiungo io.

domenica 5 novembre 2017

Protagonisti

Essere protagonisti della propria vita significa riuscire a muovere le cose del mondo perché si è cominciato da se stessi.
Significa rimanere in piedi sul palco anche quando i riflettori si spengono.
Significa rintanarsi dietro le quinte solo per rimettersi in sesto.
Significa uscire, ma mai dalla porta di retro, solo attraverso quella principale da cui si è entrati.
Significa scegliere, ogni cosa, qualunque dettaglio.

Credevo di aver appreso tante lezioni fino ad ora, ma è come se me mancasse sempre una che avevo forse trascurato e che poi ad un certo punto la vita ti mette davanti e non puoi fare altro che assimilarla, tutta d’un fiato.

Così, un passo alla volta, sono salita sul palco.
Ho fatto attenzione a non inciampare.
Mi sono posizionata al centro.
“Schiena dritta”, qualcuno mi avrebbe urlato una volta.
Non credo che questa volta ci sia stato bisogno di ricordarmelo.
Credo che qualcuno mi abbia anche indicato una via di fuga, una di quelle uscite d’emergenza sul retro. Ho declinato l’invito a defilarmela, stavolta.
Piuttosto, mi sono concessa il lusso di svignarmela ogni tanto dietro le quinte, per poi tornare al centro del palco, anche a riflettori spenti.

Perché questa era una delle lezioni più importanti che non avevo ancora imparato.
Non per la sua sostanza, ma perché racchiudeva il senso e la misura di quello che vorrò imparare ad essere, di quello che un giorno o l’altro tutti dovrebbero imparare ad essere: protagonisti della propria vita.

Ho scelto io stavolta, ogni cosa, qualunque dettaglio.
Mi sono mossa per una ragione: quella di cambiare le cose del mondo partendo dalle mie.
Quello dove il più forte non é necessariamente il più scaltro, ma chi ha la pazienza di aspettare.
Quello in cui non esistono vincitori o perdenti, ma chi crede di non avere scelta e chi un’alternativa la trova sempre.
Quello in cui si impara a prendersi per mano, senza stringersela troppo, ma abbastanza da rimanere uniti.
Quello in cui si crede ancora in qualcosa.
Quello in cui per reggersi non serve altro che la forza della verità.

Non permettete mai a nessuno di fare leva sulle vostre debolezze, perché un giorno quelle diverranno i vostri punti di forza.

Non permettete mai a nessuno di dirvi che non siete abbastanza. Troppo magre, troppo grasse, troppo basse, troppo alte. Troppo poco, o semplicemente troppo. 

Non permettete mai a nessuno di tarparvi le ali perché siamo tutti nati per volare, ciascuno verso la propria destinazione.

E non permettete a nessuno di ripetervi che non avete scelta.
Scegliamo ogni cosa, ogni dettaglio.
Se essere ombre tra la folla, o protagonisti su di un palcoscenico, anche a luci spente, anche senza essere di fronte ad una platea attenta.
Perché, in fondo, certe scelte non le si fa allo scopo di guadagnarsi gli applausi, ma per amor proprio, per sentirsi non servi ma padroni della vita che ci è stata donata, per uscire di scena, forse, ma sempre dalla porta principale.

E alla fine conterà con quanta grazia ti sia concesso alle cose della vita, con quanta forza abbia resistito pur di non vederti defilato in un angolo, con quanta leggerezza d’animo abbia lasciato le cose a te non destinate, con quanta ostinazione ti sia posto al centro del palco consapevole di essere rimasto in silenzio troppo a lungo.


Forse il nocciolo della lezione era questo: sentirsi pronti per poterla assimilare e partire da qui, protagonisti di una vita che altrimenti sarebbe come perduta.

mercoledì 30 agosto 2017

Qualcosa che riscalda e al contempo rinfresca

L’altro giorno, mentre i miei piedi nudi toccavano l’erba fresca sottostante ed i raggi del sole mi accarezzavano la pelle, pensavo che è così che dovrebbe essere.
Tutto quello che appartiene già alla nostra vita.
Tutto ciò che abbiamo scelto ne faccia parte o che abbia scelto di inserirsi nella lista della nostra quotidianità senza passare alcun criterio selettivo, bensì seguendo un processo naturale.
Tutto quello che desideriamo ardentemente che possa entrare nel circuito delle cose di cui prenderci cura, per il semplice fatto che ci rinfreschi e che al contempo ci riscaldi.

È stato in quel momento, in quella contrapposizione di sensazioni, avvertendo la delicatezza dell’erba umida e la prepotenza di quel calore, così forte da farti sudare, che ho immaginato che così come nella vita si possa scegliere tra il bianco ed il nero, è possibile, nel passaggio tra i due estremi, fermarsi a metà strada per godere di entrambi, trovando una sfumatura che non lasci alcuna ambiguità né che sia eccessivamente sbiadita, ma condita dell’uno e dell’altro.

Forte quando è necessario, e debole quanto basta.
Impetuosa da far sentire la propria presenza, ma con la delicatezza che sia in grado di stemperare gli eventi per non percepirla ingombrante. 
Calda. Come una giornata di solleone in cui l’afa sembra toglierti il fiato.
Fresca. Come un venticello di fine estate.

Ed è così che intendo sentirmi d’ora in avanti. All’indomani di qualsiasi decisione importante che richieda una risposta secca, tra il bianco ed il nero, dentro o fuori, prendere o lasciare, tondo o quadrato, con o senza. Come una partita a scacchi al termine della quale ogni pedina ritorna al proprio posto, seguendo ciascuna il proprio ordine, per ricominciarne un’altra sapendo che alla fine ciascuna tornerà nel quadrante che gli spetta.

È così che vorrei sentirmi, per me stessa, ed anche in relazione ad altri.
Sono queste le persone che voglio.
Quelle che mi fanno sentire il calore di una giornata d’estate in cui la brezza ad un certo punto comincia ad accarezzarti in maniera inaspettata.
Quelle che scottano, ma che ti danno modo e spazio per mantenere i piedi nel terreno umido e percepire che il calore dell’altro non è un bisogno, ma un’aggiunta ad un valore preesistente, perché tu ci sei, esisti, non finisci, anche quando i raggi smetteranno di riscaldarti.
Quelle che senti perché lasciano su di te un segno, come il terreno bagnato che ti sporca le ginocchia quando tenti di rialzarti.

Quelle che se fossero profumo sarebbero orchidee.
Quelle che se fossero un rumore sarebbero mare.
Quelle che se fossero un colore sarebbero una tonalità di verde intenso, come risultato della combinazione del giallo e del blu.
Quelle che se fossero un momento da fotografare sarebbero un’alba, perché faranno pensare sempre ad un inizio, mentre i colori tenui del primo mattino si uniscono per divenire via via sempre più decisi. 
Quelle che se fossero un sentimento sarebbero amore, perché se lo porteranno dentro, lasciando che penetri senza alcun filtro in qualsiasi cosa che rifletta bellezza e, talvolta, trasformando, cose o persone o circostanze, per quel modo inusuale ma potente di trasmettere amore, in tutte le sue sfaccettature, in ogni sua forma che richiami alla memoria bellezza.

È come un bilancio. Una sorta di equilibrio. Precario, solo fin quando non si scopre la posizione che più ci rispecchi.
Al centro di un filo di spago legato a due angoli opposti a due metri dall’asfalto.
A metà strada, tra il bianco ed il nero, al solo scopo di non perdere niente e lasciare andare solo ciò che non conta.

Ciò che conta lo riconosceremo perché sarà ciò che ci farà star bene, aggiungendo valore senza mai intaccare il nostro.
Sarà qualcosa che avrà a che fare con l’intensità del nero, ma anche con la delicatezza del bianco.

Sarà qualcosa che riscalda e che al contempo rinfresca.

giovedì 1 giugno 2017

Il giusto valore delle cose

Quando penso all'azione del 'dare il giusto valore alle cose' immagino uno sguardo, forse smarrito, dietro i vetri di una finestra bagnati dagli schizzi di una pioggia sottile, teso a catturare qualsiasi cosa prenda forma all'esterno, trovando per ciascuna la giusta posizione. Quasi come a voler mettere ordine.

Cosa guardo, prima la pioggia o l'arcobaleno che di lì a poco catturerà il mio sguardo con le sue tinte variopinte, per durare anche solo pochi minuti?
Cos'è più importante?
Il mio sguardo, o le cose su cui si posa, quelle che questo tende a prendere con sé, come fossero parti di uno scenario da dipingere su tela.
Il mio sguardo, o ciò che questo tende a rappresentare.
Il mio sguardo, o quello che quest'ultimo vuole vedere. Perché sarà la nostra percezione delle cose a deciderne il valore, e quindi a catalogare ciò che vorremmo trattenere o lasciare andare via.

La percezione è lo stadio più importante del processo.
Quello che deciderà tutti i passaggi successivi.
Delicato al punto che potrà capitare di scambiare un fuoco per una lucerna, o viceversa, una luce fioca per il più bel fuoco d'artificio su cui il nostro sguardo si sia mai posato.

Ed è forse da questo che deriva l'incapacità a dare il giusto valore alle cose, così come alle persone, dove il concetto di 'giusto', per quanto soggettivo, deve rispondere ad una sola domanda: quanto ci amiamo, cos'è che ci fa star bene?

Il non sapersi mettere anche solo un dito più distanti da quella finestra, da cui, con il naso schiacciato ai vetri, pretendiamo di incamerare ogni cosa. 
Potremmo percepire gli schizzi di pioggia più grossi ed i vetri ancor più bagnati, forse.
Ma anche l'arcobaleno più colorato di quello che è realmente, come se le tinte risultassero decise nonostante, osservandole con attenzione, siano invece sbiadite, opache, poco vivaci.

Solo a qualche centimetro in più dalla finestra potremmo forse capirlo.
Che chi ci vuole bene ci farà star bene, ma che se non accadrà, dovremmo aumentare la dose del nostro amor proprio.
Che solo con la dovuta distanza riusciremo ad osservare meglio, attraverso delle lenti da indossare per capire cosa tenere stretto al nostro petto, e cosa far scivolare via.
Chi siano i mattoni destinati a diventare pilastri, e chi paglia destinata a divenire cenere.
Chi o cosa sia una luce fioca destinata col tempo a diventare il nostro faro, e chi o cosa non farà altro che abbagliarci al solo scopo di farci perdere la strada di casa.
Chi o cosa sia apparsa come una bollicina effervescente in un bicchier d'acqua destinata col tempo a fuoriuscire, o chi o cosa sia stato come una bolla che saliva per poi, ad un certo punto, perdere quota.

Ma se c'è una cosa che col tempo ho imparato, è che al di là delle paure di perdere, di incanalarsi verso sentieri ignoti o proibiti, di inciampare su massi al centro del nostro percorso che non avevamo previsto e che forse avremmo potuto evitare, così come abbiamo deciso di dar forma alle cose, avremo soltanto noi il potere di sgonfiarle.

E se c'è un'altra cosa che il tempo mi ha donato, è che non vi sarà rimorso né rimpianto.
Perché se é vero che le cose sono belle solo se si conserva la bellezza nei propri occhi, quegli stessi possono decidere di scansare ciò che non vibra, non sussulta, non trasmette, in fondo, niente di bello, nonostante l'ostinazione nel voler scorgere un angolo dove le tinte fossero davvero variopinte, come l'arcobaleno.

Perché le cose che entrano nella nostra vita necessitano di cura. 
Altre, invece, di essere estirpate quando non ce ne sarà più bisogno.


L'ultima cosa che ho imparato è proprio questa: varrà sempre la pena farlo.