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giovedì 1 giugno 2017

Il giusto valore delle cose

Quando penso all'azione del 'dare il giusto valore alle cose' immagino uno sguardo, forse smarrito, dietro i vetri di una finestra bagnati dagli schizzi di una pioggia sottile, teso a catturare qualsiasi cosa prenda forma all'esterno, trovando per ciascuna la giusta posizione. Quasi come a voler mettere ordine.

Cosa guardo, prima la pioggia o l'arcobaleno che di lì a poco catturerà il mio sguardo con le sue tinte variopinte, per durare anche solo pochi minuti?
Cos'è più importante?
Il mio sguardo, o le cose su cui si posa, quelle che questo tende a prendere con sé, come fossero parti di uno scenario da dipingere su tela.
Il mio sguardo, o ciò che questo tende a rappresentare.
Il mio sguardo, o quello che quest'ultimo vuole vedere. Perché sarà la nostra percezione delle cose a deciderne il valore, e quindi a catalogare ciò che vorremmo trattenere o lasciare andare via.

La percezione è lo stadio più importante del processo.
Quello che deciderà tutti i passaggi successivi.
Delicato al punto che potrà capitare di scambiare un fuoco per una lucerna, o viceversa, una luce fioca per il più bel fuoco d'artificio su cui il nostro sguardo si sia mai posato.

Ed è forse da questo che deriva l'incapacità a dare il giusto valore alle cose, così come alle persone, dove il concetto di 'giusto', per quanto soggettivo, deve rispondere ad una sola domanda: quanto ci amiamo, cos'è che ci fa star bene?

Il non sapersi mettere anche solo un dito più distanti da quella finestra, da cui, con il naso schiacciato ai vetri, pretendiamo di incamerare ogni cosa. 
Potremmo percepire gli schizzi di pioggia più grossi ed i vetri ancor più bagnati, forse.
Ma anche l'arcobaleno più colorato di quello che è realmente, come se le tinte risultassero decise nonostante, osservandole con attenzione, siano invece sbiadite, opache, poco vivaci.

Solo a qualche centimetro in più dalla finestra potremmo forse capirlo.
Che chi ci vuole bene ci farà star bene, ma che se non accadrà, dovremmo aumentare la dose del nostro amor proprio.
Che solo con la dovuta distanza riusciremo ad osservare meglio, attraverso delle lenti da indossare per capire cosa tenere stretto al nostro petto, e cosa far scivolare via.
Chi siano i mattoni destinati a diventare pilastri, e chi paglia destinata a divenire cenere.
Chi o cosa sia una luce fioca destinata col tempo a diventare il nostro faro, e chi o cosa non farà altro che abbagliarci al solo scopo di farci perdere la strada di casa.
Chi o cosa sia apparsa come una bollicina effervescente in un bicchier d'acqua destinata col tempo a fuoriuscire, o chi o cosa sia stato come una bolla che saliva per poi, ad un certo punto, perdere quota.

Ma se c'è una cosa che col tempo ho imparato, è che al di là delle paure di perdere, di incanalarsi verso sentieri ignoti o proibiti, di inciampare su massi al centro del nostro percorso che non avevamo previsto e che forse avremmo potuto evitare, così come abbiamo deciso di dar forma alle cose, avremo soltanto noi il potere di sgonfiarle.

E se c'è un'altra cosa che il tempo mi ha donato, è che non vi sarà rimorso né rimpianto.
Perché se é vero che le cose sono belle solo se si conserva la bellezza nei propri occhi, quegli stessi possono decidere di scansare ciò che non vibra, non sussulta, non trasmette, in fondo, niente di bello, nonostante l'ostinazione nel voler scorgere un angolo dove le tinte fossero davvero variopinte, come l'arcobaleno.

Perché le cose che entrano nella nostra vita necessitano di cura. 
Altre, invece, di essere estirpate quando non ce ne sarà più bisogno.


L'ultima cosa che ho imparato è proprio questa: varrà sempre la pena farlo.

giovedì 20 aprile 2017

A metà strada

A metà strada tra l'equilibrio e la follia.
Tra l'amore per se stessi e quello che nelle forme più disparate si rivolge agli altri.
A metà tra l'individualismo ed il bisogno, umano, di riempirsi degli altri.
A metà strada tra la solitudine e lo stare con altri.
Tra occhi profondi e quelli che a volte necessitano di rimanere chiusi.
Tra sorrisi spontanei e quelli che gradatamente si spengono.
Tra volti estranei e quelli che profumano di familiarità.
A metà strada tra l'essere se stessi in questo tempo e quello che si potrebbe essere un domani.
A metà tra l'istinto ed i doveri morali.
Tra la spensieratezza e le responsabilità.
Tra il buio e la luce.
Tra un giardino fiorito ed una campagna bruciata.
Tra l'infinito del mare e il finito di se stessi.
Tra un soffione ed uno stelo di un fiore già appassito.
A metà strada tra il cristallo e la roccia.
Tra le debolezze di oggi ed i punti di forza di domani.
Tra quello che siamo e quello in cui dobbiamo migliorare.
A metà tra gli errori e la capacità di perdonare.

A metà strada. È lì che vorrei stare. È dove in fondo vorrei mi cercassero tutti.
Un posto in cui si procede a passo svelto e si decelera quando se ne avverte il bisogno.
In cui non si nasconde nulla. Niente di brutto, ma nemmeno di bello.
A metà, che non significa non sentirsi pieni, piuttosto venirsi incontro. Anche con quella parte di te che avevi imparato ad ignorare.
A metà, che significa accondiscendere, capire, perdonare, mai biasimare. Ma saper dire basta quando ti sembra abbastanza.
A metà, che significa saper agire più del subire.
A metà, che significa avere un cuore che batte e mostrargli rispetto. Almeno a lui. Che continua a farlo sempre, a ritmi costanti.
A metà, che significa compiacere mai al prezzo della propria dignità.
A metà, che significa crescere, con consapevolezza, ma mai più di quanto lo si esiga.

Sono lì. A metà strada. Non perché qualcuno venga a recuperarmi. Si sta bene, spesso, a metà. Con il ricordo dell'inizio, l'entusiasmo della traversata, la gioia di scoprire cosa ci sarà al traguardo.

Ma non saremo metà. Né avremo bisogno di metà cui aggrapparci. 

Saremo interi, in uno spazio che oscilla tra la fine di tutto e l'infinito delle cose che saremo in grado di creare.


A metà strada. È lì che creiamo la vita.

venerdì 14 aprile 2017

48 ore

Tra poche ore avrò il solito volo last minute per raggiungere casa.

Quelle 48 ore in cui vorresti farti una scorta di abbracci che ti possano bastare sino al prossimo ritorno. Che poi, non basteranno mai. 
Quelle 48 ore in cui deciderai di fare cose, rinunciando inevitabilmente ad altre. Quelle cose, che anche se te le senti di fare, non basteranno comunque.
Quelle 48 ore in cui cercherai il tepore di casa, pur avendone in fondo costruito un'altra con grande sacrificio. Ma anche quella, molto spesso, non basta.
Quelle 48 ore in cui cercherai di inseguire gli sguardi, nonostante nella tua quotidianità abbia imparato a guardare altrove. Pure quello, quando ti ci fermi a pensare, non basta.

Ma quando quest'anno ho soffiato la mia 28esima candelina, ho pensato che dovessi cambiare qualcosa. Non le circostanze che ho creato, né i mattoni che con premura abbia messo l'uno sull'altro, continuando ostinatamente a farlo. Che non si può vivere, serenamente, pensando che manchi sempre qualcosa. 
Credendo, in fondo, che nulla basti.
E non perché dobbiamo imparare a bastarci. Dobbiamo imparare ad amarci, é un'altra cosa. 
Così cominceremo ad amare anche un volo last minute di soli due giorni.
L'attesa di un autobus notturno che ci conduca a destinazione.
La valigia semipiena che diventerà stracolma al tuo ritorno.
Gli sguardi che non fuggono, ma che puoi incamerare e portare con te.
Il tuo poco tempo a disposizione. Soprattutto quello.

E non perché, come qualcuno dice, le circostanze esterne non debbano influenzare lo stato d'animo. Noi siamo fatti anche tutte le persone che incontriamo e di tutto ciò che ci accade.
Andare oltre significare ottimizzare quel tempo e fartelo bastare.

Ci sarà sempre qualcosa in più che pretenderai da te stesso.
Qualcosa che vuoi ma che questo tempo non potrà offrirti.
Qualcosa di più dolce.
Qualcosa che possa appagarti di più.
Più presenze.
Più abbracci.
Più cuore.

Ma la verità é che talvolta ce l'abbiamo già, sotto forme ed intensità diverse.

Allora dovremmo pensare che non c'è più tempo per pensare a ciò che non basta.
Non dovremmo maturarne il desiderio.
Non dovremmo dargli spazio.
A lui, come a chiunque ce lo lasci pensare.


Perché in fondo, forse, anch'io vorrei bastare.

mercoledì 12 aprile 2017

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, ha detto qualcuno una volta.
Ed io in effetti, ancor prima di conoscerne la grandezza, penso di averne fatto quasi un credo.

Quando ho deciso ad otto anni di scarabocchiare un diario inutilizzato e farne il primo libro di storie inventate. Gli diedi un titolo a caso, 'Polvere di stelle', perché ho pensato che forse potesse avere la stessa consistenza della polvere.
Quella che nascondi sotto il tappeto fin quando non decidi di spazzarla via. Quella che nonostante tutto poi riappare in ogni fessura. Quella che tra le mani scivola.
Ma allo stesso tempo qualcosa di affascinante, di magico ed inesplorato, come il raggiungimento di una stella mai scoperta, cui darai il tuo nome, forse. Perché ogni parola attentamente ricercata ed ogni punteggiatura mai messa a caso racchiude una parte di te.

Quando poi ho deciso di scrivere su pezzi di carta.
Di digitare qualcosa alla rinfusa senza sapere cosa ne sarebbe uscito fuori dietro lo schermo di un computer.

Quando ho deciso di farne un romanzo.
E poi un altro.
Non soltanto perché avessi qualcosa da dire.
Piuttosto trovavo la concatenazione di parole, virgole e punti più congeniale al mio modo di essere. Di chi parla, sempre troppo o troppo poco. Forse mai abbastanza. 

Perché forse ho creduto, da sempre, che le parole fossero veramente qualcosa di importante. Tutte quante.
Quelle che ringiovaniscono lo spirito per quanto appaiano fresche.
Quelle che ti attribuiscono responsabilità, perché certe volte occorrono parole perché tu ti senta finalmente addosso il peso dei tuoi doveri.
Quelle che ti accarezzano, come un soffio di vento primaverile.
O che ti bruciano, come i raggi ultravioletti in una giornata di solleone.
O che ti raffreddano, come il gelo pungente di una sera di gennaio. Come il silenzio.
Perché anche loro, le parole non dette, sono importanti.
E l'ho capito quando ho rischiato di perdere tutto in attesa di parole che non sarebbero mai arrivate soltanto perché avevo mani per scrivere ed una bocca per parlare, ma non degli occhi abbastanza profondi da poter vedere.

Perché col tempo, forse, si impara anche questo.
Non che le parole siano meno importanti delle azioni. Ma che queste, per la loro immensa portata, sono in grado di prendere le forme più disparate, di raccogliersi in un gesto, di intrappolarsi in uno sguardo, di incanalarsi in posti in cui non ci saremo mai diretti se non ce l'avessero chiesto o se noi non avessimo imparato a sentire.
Così ciascuno avrà i suoi modi.
I suoi canali.
Il proprio mondo di cui scoprire ogni confine, ogni angolo, ogni orizzonte.
La propria polvere di stelle.

L'importante sarà non rinunciarvi mai.
Farlo, a scadenze definite, solo quanto basta. 
Quando non si avrà la voglia di spiegare.
Quando il nostro mondo ci sembrerà troppo caotico e non sapremo da dove partire per poterlo ordinare.
Perché non si potranno usare parole a casaccio.
Non si potranno porre virgole al posto di punti fermi, né punti interrogativi al posto di quelli esclamativi.
Si dovrà avere la calma di ricercare le parole, dove nessuna sarà giusta o sbagliata. Quando si impregna di quello che sentiamo, quella che ha il volto di chi siamo, che se strizzate lasciano scorrere tutto ciò che mai vorremmo fermare. Quelle saranno da apporre, l'una accanto all'altra.
Sarà allora che avremo creato un qualcosa di nostro. Un pensiero, un gesto, una frase che possa fermarsi ad essere tale o crescere per formare dell'altro. Sarà allora che lo sentiremo, lo leggeremo, lo guarderemo, lo assaporeremo come fosse un frutto maturo caduto dall'albero ed esclameremo: sono io. 

Per questo le parole sono importanti.
O almeno è quello che diceva qualcuno.
È quello in cui mi è sempre piaciuto credere.
Perché se le leggiamo, le ascoltiamo, le scriviamo, ci donano consapevolezza.
Se le riconosciamo nei gesti, tepore.
Perché saremo a casa.
Nel nostro mondo.
Con la nostra polvere di stelle.
Ed avremo fatto un passo in avanti, perché indietro si torna solo per recuperarsi quando ci si perde.


domenica 12 marzo 2017

Questione di scelte

Ho smesso di credere nel destino.
A quella forza che domina ogni tuo impulso volitivo perché contro di essa sarai sempre destinato a sentirti impotente, e cosí ad assecondarla.
A quell'occasione presentatasi o perduta in quel determinato istante perché era ciò che una logica di gioco-forza aveva a te destinato.
A quei rapporti costruiti, persi o ritrovati cui ci si abbandona, solo perché ci si deve trovare una ragione. Alla loro esistenza, come alla loro fine.

Credo piuttosto nelle possibilità, che come pezzi di un puzzle si incastrano per creare una concatenazione di eventi di cui sarai il creatore e il distruttore, l'attore protagonista ed il suo antagonista, un solo pezzo e l'intero puzzle.
Credo nelle scelte.
Di svegliarsi come se ogni mattino sia una occasione per sentirsi vincenti comunque.
Di farlo come se ogni giorno sia il preludio di sconfitta annunciata.
Di ascoltare il vicino che suona la tromba e credere che faccia rumore.
O di lasciarsi guidare dal suono come se si fosse in un locale jazz dalle luci soffuse.
Di credere che tutto è inutile, o che anche qualcosa possa in fondo bastare.
Che quegli occhi si siano posati su di noi per caso, o che invece ci abbiano scelto tra tanti.

Ci saranno circostanze che la vita ci porrà dinanzi come fosse un conto da pagare che non avevamo previsto arrivasse al nostro tavolo. 
Saremo noi anche in quel caso a scegliere.
Se sentirci schiavi di una circostanza indesiderata.
O liberi al pensiero di avere presto noi il nostro conto da servire.

Perché in fondo é la vita, dicono.
Un susseguirsi di circostanze, favorevoli o avverse, in cui ciascuno svolge il proprio ruolo ma a noi spetta quello più importante: crederci.
E così impareremo ad afferrare gli eventi senza soccombere all'idea che talvolta questi ci vogliano prede.
Che non finisce mai niente, senza che ricominci qualcosa.
L'importante é avere occhi per guardare anche quello che credevamo troppo distante.
Perché non accadrà ciò che avevamo pianificato.
Accadrà qualcosa che non avevamo previsto, forse.
Costruiremo però tutto quello che avremo avuto la premura di scegliere. 


E ad ogni mattone attribuiremo un valore, pari al coraggio che abbiamo avuto nel non fermarci, solo perché non abbiamo avuto paura di perdere.

martedì 24 gennaio 2017

Aspettare di bastarsi

Ho sempre guardato all'attesa come una forma d'amore.
Forse la più importante.
Quella che non necessariamente preveda mete da raggiungere.
Distanze da colmare.
Lampade lasciate accese sul comodino.
O porte lasciate socchiuse.
Quell'attesa che non si coniugherebbe in un'aspettativa di cui l'altro ne sarebbe il custode.
Nella speranza del ritrovarsi.
Nel cuore i cui battiti accelerano man mano che il tempo sembri accorciarsi.
Non è quell'attesa lì.

Di qualcuno che aspetta di darci il buongiorno.
Che aspetti di accarezzarci prima di andare a lavoro.
Che aspetti di aprirci la porta di casa.
O che attenda di mettere la sua testa sul cuscino accanto alla nostra.
Non si tratta nemmeno di quella.

Bensì quell'attesa che consiste nel darci del tempo.
Per farci bastare quello che pensiamo sia niente ma invece è già qualcosa.
Attendere di non provare nostalgia.
Attendere, senza impegnarci in una ricerca spasmodica che ci veda schiavi di un'idea.
Perché il senso dell'attesa sta in questo bastarsi, forse. 
Che non significa rinunciare all'altro.
All'emozione.
Alle aspettative quotidiane.
All'immaginazione.
Alla creazione delle più fantasiose forme d'amore.
Significa solo che ci si attende.
Perché siamo noi i soli padroni del nostro tempo.
Gli unici, in fondo, a cui rispettarlo è dovuto.

L'ho capito quando ho creduto di poter farne a meno.
Quando, forse, ho atteso invano che qualcuno mi aprisse la porta ma io non ero ancora tornata.
Ed è allora che ho capito che ci si deve aspettare prima di aspettare che la vita ci travolga di nuovo. 
Immergersi a piccoli dosi.
Ma sempre completamente.
Così da non perdersi il gusto.

Non darsi tempo è forse l'atto più egoistico che si possa compiere, verso gli altri, ma soprattutto se stessi.
Allora il contrario diventerebbe la forma d'amore più intima.
Quella che ci farà riscoprire pian piano, senza mai rinunciare al desiderio di andare.
Perché è possibile avere la percezione che si aspetti troppo, o troppo poco.
Di avere ancora le ossa troppo fragili o già pronte per ripetere lo schianto.
Quello che conta, però, sarà sentirsi.
E non è detto sia troppo o troppo poco.
E nemmeno che ci si schianti.
Potrebbe essere il giusto.

O almeno mi piacerebbe immaginarla così.

sabato 31 dicembre 2016

Caro Paolo Fox, a noi due

Succede a tutti di guardare l'oroscopo per prepararci a dare la colpa agli astri o sperare che Paolo Fox ci sorteggi finalmente come segno dell'anno. Anche a chi aveva giurato di metterci una pietra sopra. E anche a me che, lo ammetto, dopo averne letto tanti, ho scelto di prediligere la previsione più ottimistica che dice che le ceneri si trasformeranno in diamanti. Il peggio è passato, dice Paolo.

Perché in fondo c'é sempre quest'abitudine un po' strana di considerare ogni anno che ci si prepara a salutare come quello a cui dare un calcio (o più di uno) per inaugurare un nuovo anno da cui si pretende sempre qualcosa in più. E qualche disgrazia di meno.
Ma quest'anno saluto un anno diverso.
Uno di quelli in cui le singole scelte quotidiane si sono compattate in una sola, che poi è diventata grande.
Quello che 365 giorni fa mi ha visto ragazza e oggi, forse, mi saluta da donna.
Quello che non mi ha risparmiato schiaffi in pieno volto da cui ho cercato di prendere sempre il buono: mi hanno svegliata. 
Quello delle porticine chiuse con la doppia mandata, perché passare dal retro non sarebbe stato a me destinato. Questo l'ho capito soltanto con il tempo.
Quello delle delusioni amare, che ho digerito man mano, deglutendole con tanta acqua che gradatamente me ne ha fatto dimenticare il sapore.
Quell'anno in cui ho imparato a ricucire. 
I rapporti, cosí come il mio cuore.
Prima di capire che forse certe cose devono scoppiare completamente prima di ricostruirsi, pezzo dopo pezzo. Piano piano.
Quello in cui ho girovagato per le strade di una grande città carica di valigie in cerca di qualcosa, pensando tante volte che fosse finita. Ed invece era appena cominciata: tutta quella vita che avrei avuto davanti. 
Quella che mentre mi accarezzava si preparava a colpirmi di nuovo, avendo ogni volta la percezione che mi colpisse sempre più forte e sempre lì, in quel punto che forse non avevo curato abbastanza.

Ma poi, sul finire, mi sono riscoperta.
E ho capito che nelle mie 365 scelte del 2016 si è annidata una consapevolezza che avrei preparato a proteggere per tutta quell'altra vita che mi avrebbe condotta dove sono adesso.
Che nella vita si sceglie se essere acqua cheta o dinamite. È spesso una questione di predisposizione. É quel metro di misura che ti farà affrontare ogni decisione con le spalle curve ed il busto chinato in avanti oppure a testa alta. Quello che ti permetterà di scegliere se accendere ogni miccia che senti di possedere con l'auspicio di alzare gli occhi al cielo, in un giorno qualunque, e di vederne tutta la bellezza in fuochi d'artificio, oppure se continuare a navigare nelle stesse acque. Tiepide quanto tranquille.
E sarà allora che come in un processo naturale sarai costretto a lasciare andare, abbandonare, cancellare. Cosí come trattenere, restare, riscrivere tutto da capo. Qualcosa di nuovo, con qualcun altro o più di uno, una vita diversa.

Questa è sempre la giornata dei bilanci e dei buoni propositi, ma io quest'anno non ne ho e sono cosciente che domani saró la stessa persona che sono oggi. 
Li ho scritti ogni giorno, saranno forse anche più di 365.
Li ho trovati negli occhi delle persone.
Li ho buttati via.
Ne ho poi trovati altri.
Li ho buttati via di nuovo.
Li ho scoperti, in fondo al mio cuore.
Perché salutare un anno complesso è frutto di un lavoro impegnativo.
Un anno è fatto di 365 opportunità e momenti che non si contano.
Ed io credo di esserci riuscita, quest'anno, nel bene e nel male, più di tutti i precedenti. A cogliere tutte quelle che potevo. A riscrivere tutto da capo. A cancellare ciò che a me non era destinato.

Quindi caro Paolo quest'anno non ti addosserò nessuna colpa. 
La fortuna é di chi se la crea. 
L'amore é di chi ce l'ha dentro. 
Le emozioni di chi é in grado di sentirle.
Le sfide sono di chi é pronto ad abbracciarle.
La vita é un progetto. È di chi é in grado di trasformare schiaffi in carezze. Di chi non ha paura.


Caro Paolo, io sono pronta.

mercoledì 23 novembre 2016

Passo dopo passo, scalino dopo scalino

Le metropolitane hanno sempre sortito quest'effetto su di me. Come fossero un metro per misurare chi fossi diventata e dove stessi andando. 
Passo dopo passo.
Scalino dopo scalino.
Corsa dopo corsa.

Sgomitando tra la folla rumorosa per cercare di superare tutti, anche quando ci si imbatte nella coppietta di turno che tenendosi per mano ti impedisce di farlo.
Guardando l'orologio con la consueta corsa contro il tempo.
Ammettendo che arriverai tardi tutte le volte. Ad ogni appuntamento. Anche quando ti sarai svegliata con due ore d'anticipo. 
Cercando di ascoltare il rumore dei passanti. Quella voce che come un disco rotto annuncia la prossima fermata, anche se sarai sempre con lo sguardo fisso sul tabellone a contare quei due minuti come fossero due ore. 
Preferendo di non ascoltare poi più nulla, mettendoti le cuffie nelle orecchie e ascoltando musica che non sapevi nemmeno di aver scaricato.
Imprecando perchè il ragazzo di turno si è lanciato sul primo sedile disponibile sgomitando manco fosse l'ultima scialuppa di salvataggio a disposizione.
Restando in piedi, tutte le volte.
Perchè tanto, ti dici, il tempo scorre in fretta o forse avrai solo imparato ad attendere con pazienza.

Lo penso, tutte le volte.
Che in fondo la vita può essere un po' così. Nascosta tra tunnel sotterranei che ti indichino una qualunque direzione senza assumersi la responsabilità delle scelte ma pronti, alla fine, a mettere in luce che se giuste o sbagliate ti hanno permesso di arrivare sempre ad un punto. Da cui proseguire, o ripartire.

Allora forse capirai che un tempo avresti voluto superare tutti. 
E forse lo fai anche oggi, pur rallentando dietro la coppietta che si tiene per mano.
Che pur abituandoti alla tua consueta corsa contro il tempo, oggi preferisci prenderti il tuo di tempo. Per ascoltarti di più.
Che non si arriva mai tardi, perché c'è sempre tempo.
Per cambiare.
Per essere in grado di sentire.
Per perdonare.
Per ammettere gli errori.
Per ammettere che poi, in fondo, forse nemmeno lo sono stati.
Per riscoprirsi diversi.
Per rallentare.
Per ripartire.
Per rimanere in piedi.

Perchè è questo tutto quello che conta.
Quello che si riesce a dare alla vita, prima di pretendere.
Ammettere che fare passi indietro non è sintomo di debolezza, quanto la consapevolezza di cosa si vuole essere. Spesso sono invece passi in avanti.
Ricordando che, in fondo, tutto quello che conta è essere una brava persona.

Passo dopo passo.
Scalino dopo scalino.

Corsa dopo corsa.
Punto dopo punto. Per proseguire, o ripartire.
Con un cuore nuovo, perché non si ha paura.

domenica 18 settembre 2016

Come granelli di sabbia

Pensavo non sarebbe mai accaduto ed invece quei giorni sono arrivati anche per me.
Quelli in cui non avevo più parole. Nè da pronunciare, e nemmeno da scrivere.
Quelli in cui ho deciso di cristallizzare tutto.
Di bloccare un flusso di sensazioni che sapevo stesse sgorgando, ma l'ho lasciato fare, impedendo a quella mia sfrontata attitudine di mettere tutto e tutti sotto esame di prevalere.

L'ho fatto quando ho capito che avrei potuto evitare di porre un'etichetta su tutti i pezzettini della mia vita che con cura avevo deciso di ricostruire, mettere insieme, per poi forse accorgermi che non era insieme che dovevano stare.

L'ho fatto quando ad un certo punto ho capito che la vita talvolta può essere come un elastico: torna sempre tutto indietro. E laddove non lo faccia, è indietro che lo dobbiamo lasciare, ma a noi spetta di andare avanti.

L'ho imparato, con il trascorrere dei giorni, quando forse mi sono resa conto che per tanto tempo mi sono dimenata nel tentativo di cogliere il momento giusto, che costantemente mi facevo sfuggire tra  le mani come granelli di sabbia portati via dai primi venti autunnali.
Quando ho capito che forse la vita non vuole che tu sia sempre puntuale, ma imparerai ad esserlo nel momento giusto.
Ed arriverai prima tu e poi lui.
Lo attenderai sul ciglio della porta quanto basta.
Lui busserà alla porta.
E riuscirai a prenderlo.
Perché vi riconoscerete.
E vi stringerete forte.

E non c'é forse più nulla che per il momento vorrei conoscere.
Mi basta quello che sento. Quello che vivo.

Che non possiamo passare un'intera vita ad etichettare tutto come fossero mono porzioni da riporre in frigorifero e scongelare quando crediamo faccia comodo.
E nemmeno investire tutte le nostre energie nel creare qualcosa che non sia destinato ad esistere quando sentiamo che non lo sia.
Nè limitarci. O pensare che sia sempre il momento meno propizio.

Possiamo soltanto sdraiarci con la schiena sul mondo e lasciare che questo dipinga per noi contorni di paesaggi mai esplorati.
Quelli che non avevamo mai pensato di poter toccare.

Perché forse preferisco vivere così.
Scegliendo che selciato calpestare, lasciandomi a tratti portare via dalla forza del vento.
Con la profondità di chi sceglie sempre di sentire tutto, ma la leggerezza di chi talvolta sceglie anche di non pensare, lasciando che vada tutto così: come granelli di sabbia portati via dalla brezza.

Perché tanto lo so già: andrà tutto bene alla fine, e se non andrà non sarà la fine.

domenica 21 agosto 2016

Dalla A alla Zeta

Pensavo che andare al supermercato da sola e mettere in tavola monoporzioni mi avrebbe fatto male.
Credevo che l'entusiasmo di imparare a cucinare qualcosa che andasse al di là di un piatto di pasta sarebbe gradualmente svanito.
Cosí come osservarmi dall'esterno tra le pareti bianche di una stanza a cui avrei dovuto regalare ancora una volta il mio profumo, i miei colori, in parte anche il mio nome.
E cosí come riempire gli spazi vuoti e silenziosi di musica, film, tanti libri.
Poi mi sono accorta che avevo fatto già tutto.
Sin dal momento in cui avevo deciso di muovere il mio primo passo.

Allora ho pensato a tutte quelle volte in cui mi convincevo dell'idea che se ci piace A non possiamo desiderare anche Zeta.
A tutte quelle volte in cui mi convincevo che A dovesse essere la mia vita per sempre.
E a tutte quelle in cui mi dicevo che Zeta sarebbe stato soltanto un desiderio inconscio che non sarebbe mai esploso, altrimenti avrebbe rovinato tutti i miei piani.

Poi ho realizzato che se la vita decide di prendere pieghe inaspettate sia un buon segno, perché significa che ti stai muovendo.
Che cucinare da sola non è poi così male, così come ripartire da pareti bianche su cui dipingere il tuo nome ancora una volta e riempire la solitudine di musica, film e tanta lettura.
Non immaginavo di stare bene, e forse addirittura felice.

Mi sono ricordata che tanto tempo fa avevo scelto A.
Ma non perché disdegnassi Zeta.
Credevo che A potesse sopperire a tutte le mie mancanze.
Immaginavo fosse la scelta giusta perché forse tutte le altre si erano sempre rivelate malsane.

Ma col tempo ho appurato che può accadere: di desiderare due cose diametricalmente opposte.
Di desiderare Zeta, pur restando in A.
Di convincerti che è con A che devi stare, pur immaginando che raggiungendo Zeta tu possa conoscere un'altra parte di te, quella a cui molto spesso non attribuiamo pari dignità soltanto per il suo essere qualcosa di inconscio. Ma esiste, é reale, é ciò che ci rende autentici.
La sfida sta nel cacciarlo fuori. Rischiare di essere felici, di avvicinarci a quell'essere donna o uomo cui abbiamo sempre immaginato di tendere.

C'é stato un momento in cui ho avvertito tutto il peso di quelle scelte fatte soltanto perchè sembravano giuste. Quel momento in cui ho assunto consapevolezza che avrei forse perso l'occasione di compiere scelte che non si collocavano in alcuna logica di giustizia, ma le avrei sentite, rumoreggiare nel mio stomaco come schegge impazzite.

Così ho capito che esiste anche un'altra opzione.
Che sia necessario trovarsi in A per accorgersi un giorno, per caso, di volersi invece tuffare in Zeta.
Che la vita ci pone dinanzi al confronto ripetutamente per lasciare a noi la facoltà di scegliere da che parte tendere, pur indicandoci quale sia la strada più appropriata, facendocela sentire già nostra.
Ma non ci regala consapevolezze, né il coraggio di scegliere.
Scoprire chi siamo spetta a noi, in cui maturare la facoltà di sentire il nostro battito cardiaco riveste un ruolo fondamentale.

Ho capito di desiderare Zeta da sempre.
E potevo scoprirlo soltanto vivendomi A, sino ad ossidarmi.
Sono questi i miracoli della vita.
Essere in grado di ascoltarla, anche quando tutto intorno a te appaia muto.






mercoledì 10 agosto 2016

Prendetela, questa vita

Tutto dovrebbe essere come un dolce dondolio, la cui intensità si percepisce dalla forza con cui ci si abbandona ed il desiderio dalla costanza di non smettere mai.
Come un soffio di vento che ti scompiglia i capelli che non riesci a toglierti dalla fronte.
Come una goccia di rugiada che si poggia sui primi fiori di primavera.
Come un'armonia che sa di leggerezza, perché allo stesso tempo ti incanta creandoti un vortice dentro e te lo riempie.
Come una bussola dietro cui perderti, per visitare luoghi prima mai esplorati.
Così che si possano ridisegnare i contorni, anche quando apparivano già calcati.
Sceglierne i colori, ed anche i profumi.

Ecco. È cosí che immagino la vita. O la più alta forma d'amore, verso l'altro, ma soprattutto se stessi.

Come uno spicchio di vita in cui ci siano dentro tante cose.

Di quelle che apparentemente sembrino non avere un senso logico, ma riscaldano, perché ti fanno sentire pienamente te stesso.
Di quelle che dondolano, come un'altalena su cui siede un bambino che chiede al papà di spingerlo sempre più forte, immaginando di poter toccare il cielo con un dito.
Di quelle che ti soffiano in faccia purché tu riesca a vederle e non riuscire ad ignorarle.
Di quelle che ti rinfrescano, sentendoti sempre come un bocciolo in primavera.
Di quelle che ad un ritmo incalzante ti si insinuano dentro e fanno rumore, come il suono di tamburi.
Di quelle leggere, che riempiono e svuotano ad un andamento costante.
Di quelle che il cuore te lo fanno in mille pezzi e te ne restituiscono uno nuovo il cui battito sarà accelerato quanto basta per sentire tutto quello che non credevamo possibile.
Di cose semplici, ma autentiche.
Mai banali.
Semplici.
Come una poesia a rima baciata.

Perché se c'è una cosa che ho imparato mentre mi affaticavo a rimettere in ordine i pezzi con l'ostinata caparbietà di oscurare pensieri che consideravo malsani solo perché non si sposavano con quanto la realtà invece raccontasse, è che non abbiamo nessun dovere, di dire o fare, se non quello di sentirci felici.
Pienamente. Follemente. Con tutta la passione che abbiamo dentro.
Che non significa vivere in una realtà avulsa dal quotidiano.
Ma plasmarla, a nostra immagine e somiglianza.
Così da lasciare sempre il nostro profumo.
Così da avere sempre un cuore pieno abbastanza da lasciarne pezzi a caso qua e là, per far sì che siano quelle le nostre impronte.

Si dice che le cose semplici siano quelle più belle.
E le cose belle hanno bisogno di profondità.
Quelle che spettano solo a chi ha il coraggio di osare.
A chi si munirà di occhi belli, così da poterle guardare.
Da trattenerle, in quello spicchio di vita, finché si è in tempo.

Afferratela allora, questa vita.
Prendetevela, tutta questa vita.



domenica 31 luglio 2016

Stanno tutti bene

Ho poggiato una tazzina di caffè bollente sul tavolo. 
La musica passava in sequenza, tra Life In Technicolor e Lovers in Japan.
Ho alzato gli occhi verso i due finestroni sul soffitto della cucina. 
Il cielo era pieno di nuvole ma a tratti i raggi di un sole tiepido quanto potente riuscivano a filtrare attraverso i vetri facendomi sentire quasi a casa. Quasi al caldo. Forse al sicuro.

E ho pensato che per tanto tempo ho fatto a meno di quell’altra parte di me.
Quella di cui avevo bisogno per sentirmi così. 
A stretto contatto con quella parte di me che non aveva bisogno di chiedere niente.
Quella che aveva l’esigenza di distruggere tutto in mille pezzi solo per l’innato bisogno di ricostruire tutto da capo. Di ricrearsi, in una forma diversa che avesse quella sostanza cui aveva imparato ad attribuire orecchie sorde ed una bocca che pur muovendo le labbra non riusciva ad emettere alcun suono.
Quella che ha la necessità di sentirsi, prima di sentire.
Che vuole.
Che scoppia dentro. Come dinamite.

Avevo dimenticato di come potesse essere la vita.
Così imprevedibile. 
Così attenta ad incastrare i momenti come pezzi di un puzzle, facendoci spesso sentire impotenti impartendoci lezioni di inerzia quando ci identificherà come figure incapaci di cambiare le cose.
Ma così magnanima nel darci la possibilità di scoprirne di nuovi, da incastrare tra loro a ritmi incostanti, modellandosi con la morbidezza che ci appartiene, quando tra una lezione e l’altra, riusciremo a capire che niente é dato per scontato. Nulla può essere già deciso, solo perché un percorso lineare possa sembrare più comodo da seguire. 

Perché un giorno ti sveglierai accorgendoti di non aver scelto fino in fondo tutto ciò che riempie la tua vita. Almeno non del tutto.

Ma se c’é stato un tempo in cui abbia concepito tutto questo come la più bizzarra delle maledizioni, oggi credo sia stato quasi un dono. Come quelle scatole chiuse che apri e scopri che dentro ci sono tante cose che un tempo ti erano appartenute, che avevi dimenticato, ma che in fondo, se lo vorrai, da quel momento potrebbero far parte di nuovo della tua vita, incrociando, per caso, il tuo stesso destino.

Perché le cose belle sono così. 
Capitano mentre pianificavi la tua vita, come fosse una strada dall’asfalto lineare privo di dossi.
Come fossi un treno in corsa che non potesse permettersi deragliamenti.
Come pezzi di un puzzle che avevi messo insieme perché andava bene così. O perché forse erano gli unici che avevi trovato. E ti eri adattato. A quella strada, a quel vagone, a quella andatura, a quel modo blando di mettere insieme le cose, come fosse una sequenza che lasciavi andare. Che seguiva te, mentre tu, in fondo, ti lasciavi abbindolare.

Poi un giorno comprendi che la tua priorità è di sentire.
Lo scricchiolio delle ruote su di un asfalto impervio.
Il rumore di un treno in corsa. Ma anche i colori dei paesaggi circostanti che attraversa.
L’entusiasmo e la fatica di scoprire tu quali siano i pezzi mancanti e di metterli insieme, come fosse un puzzle che alla fine sia in grado di rappresentare qualcosa di bello, come un dipinto d’olio su tela.

E scopri che le cose belle sono così.
Capiteranno sempre nel momento sbagliato, ma sarà una prova per capire se tu sia diventato uomo o donna abbastanza. 
Per comprendere che i sensi di colpa seguono un processo naturale e fanno bene solo fin quando non ci si annulla.
E spetterà a te la maturità di comprendere che le cose belle vanno prese al volo, così come sono, a dispetto del tempo e di qualsivoglia circostanza.
Altrimenti il tempo le trasforma. 
E non significa che non doveva accadere.
Privarsene é sintomo di incapacità di riempire la vita di cose belle e continuare a vivere nei panni di qualcun altro che avrà sempre lo stesso rimpianto: quello di non averci provato abbastanza.

Sono strane, le cose belle.
Quando senti una morsa allo stomaco, quella sarà una cosa bella.
E ci si dovrà munire di occhi in grado di saper guardare.
Di un cuore nuovo mai pieno abbastanza.
Di un animo pronto a lasciarsi andare nella perlustrazione di orizzonti inesplorati.

E di mani grandi, per saperle raccogliere.

Perché le cose belle sono anche queste: la più meravigliosa delle scoperte di quella parte di te che riesce a sentirsi esattamente così, una cosa bella.
Così che tutti quei pezzi dentro di te, quelli che hai scoperto, o solo riverniciato, rimessi in fila, potranno dirlo: in fondo, stanno tutti bene.

domenica 10 luglio 2016

1,095 giorni e 26,280 ore, sempre insieme

Sono trascorsi quasi tre anni.
Poco più di 1,095 giorni. Pressappoco 26,280 ore.
Tanti giorni, troppe ore, minuti infiniti, attimi che non si contano.

Mi hai presa ragazza e mi hai fatto diventare una donna, forse.
Mi hai fatto indossare abiti che non mi si addicevano, ma che col tempo sono diventati parte della mia vita. Quella che man mano ho voluto costruire, insieme a te.
Mi hai fatto sentire piccola, inesperta, incosciente. Come tuffarsi nell’oceano e pretendere che qualcuno ti dia una mano per insegnarti a nuotare.
Mi hai fatto sentire parte di qualcosa, che metodicamente mi toglievi poco dopo.
Ma mi hai anche fatto capire che me lo toglievi perché non era destinato a me.
Ed io, insieme a te, col tempo l’ho capito: che dobbiamo imparare a lasciare, perché solo così impareremo a navigare ed approdare su altre sponde, sempre diverse. Solo così impareremo a trattenere ciò che conta, ciò che sembrerà scritto per noi e nessun altro, ciò che a noi sarà destinato. Solo così impareremo a non accontentarci.

Mi hai presa come fossi tanti pezzi di un puzzle da costruire.
Mi hai guidato, talvolta, per far sì che riuscissi ad incastrarne i pezzi.
Altre volte hai lasciato fare al mio istinto.
Perché anche se spesso non abbiamo mantenuto le promesse che ci siamo fatte, quando ne avevo bisogno tu eri sempre lì a dirmi che nonostante tutto ti fidavi di me.

Molte volte non ci siamo capite.
Ci siamo afferrate per i capelli e a turno esprimevano i nostri dubbi, cercando negli occhi dell’altra qualcosa che ci dicesse che nello stare insieme stessimo facendo la cosa giusta per entrambe.
Mi hai sempre fatto tante domande. Tu conoscevi sempre le risposte, io un po’ meno.
Ci siamo fatte del male. E ci siamo amate sino ad impazzire.

Ma se c’è una cosa che mi hai insegnato, nonostante dondolassimo a ritmi incostanti ciascuna nelle braccia dell’altra, è quella di cacciare sempre tutto fuori e a non pentirsene mai.
Essere come un mulino, le cui pale continuano a girare ad un ritmo incessante, mosse dalla forza del vento che a loro volta trasformano in energia vitale.
É a quest’aspirazione che mi hai insegnato a tendere. Ed è questo limite che mi hai insegnato ad abbattere.

A girare, ad un ritmo incessante, sino a trovare la strada il cui selciato stesse attendendo proprio le mie scarpe che vi lasciassero il segno, passo dopo passo.
A muoversi, oscillando tra la leggerezza del lasciarsi trasportare dal vento e la forza di decidere da che parte stare, senza mai lasciare agli altri questo privilegio.
A trasformare. Noi e tutto il resto attorno.
Creare qualcosa che appartenga soltanto a noi, in ogni suo microscopico dettaglio.
Dargli una forma che sia la nostra.

E se anche un giorno deciderai di poter fare a meno di me, Londra, non credo che riuscirei a crederti.
Perché tu ti sei presa cura di me, come un’insegnante severa, ma una madre attenta.
Ed io ho fatto altrettanto. Come uno scolaro svogliato, ma una figlia premurosa.
Non c’è qualcosa che tu abbia fatto che non l’abbia fatto a te anche io, con gli strumenti che possedevo e nella misura in cui riuscissi a farlo.

Questi 1,095 giorni raccontano di noi, insieme.
Del come ci siamo presi cura l’una dell’altra.
Del come ci siamo amate ed odiate allo stesso tempo.
Del come siamo cresciute e diventate qualcosa di migliore, perché insieme abbiamo compensato tutte le nostre mancanze.
Del come, alla fine, ci siamo prese perché l’abbiamo voluto sin dal principio.
E del come abbiamo imparato a restare, l’una per l’altra.
Non perché non ci fossero altre strade, ma perché tutte le volte che ci costruivamo vie di fuga, non facevamo altro che incontrarci a metà strada, stringerci forte e continuare il nostro percorso.
Sempre insieme.

sabato 18 giugno 2016

L'ho chiamato semplicemente amore

Ogni volta che apro il frigorifero impiego circa una decina di minuti nel decidere se sia meglio consumare i cibi di prossima scadenza o quelli che invece desidererei maggiormente.
Lo faccio, tutte le volte, nonostante sappia benissimo sin dal principio quale sarà la mia scelta.
Perchè sceglieró sempre i primi a discapito dei secondi.

La considero una scelta obbligata ma intelligente. Non mi piace gettare via il cibo, mi dico. E con ogni probabilità, la volta successiva mangeró i secondi, che però al giro successivo saranno diventati come quelli per cui avevo optato la volta precedente. Quasi avariati.

L'altro giorno, mentre pensavo al mio modo di scegliere 'intelligentemente' cosa mettere nello stomaco, ho pensato che per una volta avrei potuto contravvenire alle regole.
Cosí, oltre a sentirmi meglio, mi sono saziata di più.
Una volta ogni tanto. Non capita quasi mai, ho pensato.
Ed è stato in quel momento che ho realizzato quanto riuscissi ad adottare questa modalità di scelta anche per tutto il resto, preferendo, quasi sempre, situazioni su cui attacco un adesivo con sù scritto 'da consumarsi preferibilmente entro il ...' a quelle che mi lasciano con il fiato sospeso ed il cuore in gola perchè si disperdono nell'universo come residui di esplosioni stellari che non riuscirai mai a toccare, ma a guardarne la scia da lontano, forse, molto tempo dopo, quando non esistono già più.
Preferendo, spesso, le vite degli altri. Pensando sia giusto cosí. Pensando che in fondo, possa trasformarsi anche nella propria.

Ma da quando ho gustato ció che preferivo nel momento esatto in cui non desideravo altro, disinteressandomi delle scadenze sovrapposte sulla confezione, ho capito che farò sempre cosí.
E non significa contravvenire alle regole.
Nè scegliere in modo poco intelligente.
Ma nutrire e cacciar fuori da ogni poro della propria pelle il rispetto per se stessi, per quello in cui si crede, per ció che in fondo si vuole.

Perchè non esistono regole che ti impongono quando scegliere qualcosa che ci sta a cuore, nè quale sia il modo più intelligente per dargli una forma.
E non esistono mali che ti perseguiteranno, se non il rancore di non averlo fatto.

Gli ho voluto dare un nome.
A questo modo di decidere e a quello che con questo poi si diventa.
A quello che si prova nel farlo.
Gli ho dato un nome banale.
L'ho chiamato semplicemente amore.
Qualsiasi sia la forma, la sostanza, il volto, il profumo ed il colore che gli si voglia attribuire.
Perché non ha scadenze contro le quali si possa combattere, né tempi, illusori, che possano farci credere che finisca, né regole da imporre se non quella che nessuna possa essere così forte rispetto il desiderio di gettarle all'aria.

Perché esistono infinite strade.
Ma sempre una che non riuscirai a non imboccare, anche quando sentirai di averla invece smarrita.