Visualizzazione post con etichetta Antonia Di Lorenzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antonia Di Lorenzo. Mostra tutti i post

domenica 24 febbraio 2019

Arriverà la primavera


Penso spesso alle persone come fossero treni, mentre a quei pezzi di vita che su di loro prendono forma come fossero stazioni.
Come quelle in un piccolo paese di provincia, in cui ti tocca sostare su di una panchina, spesso più del dovuto. 
Come quelle in cui attenderai invano, prima di capire che il transito è stato sospeso, a data da destinarsi.
O come quelle di grandi metropoli, in cui i treni sono sempre puntuali ma sarai tu ad essere spesso in ritardo, così da dover correre sino a sudare la fronte mentre sgomiti i passanti.

Non sempre riesci a salire, perché il treno potrebbe non fermarsi in tempo, o perché, talvolta, avrai scelto tu di non farlo.
A volte avrai un posto a sedere riservato accanto al finestrino.
Altre, sarai in piedi tra la folla che si lamenta della carenza dei servizi.
Altre, invece, potrai accomodarti per caso, senza aver pianificato nulla in anticipo, rimanendo sorpreso da come, quasi sempre, la mancanza di piani è garanzia di un servizio migliore di quello che avevi previsto.

Pagherai sempre un prezzo per salire su uno di quei vagoni, che ti sembrerà tanto più alto quanto ad esserlo saranno le tue aspettative, le tue possibilità, i tuoi sogni.
Pagherai un pezzo del tuo tempo, delle tue energie, una porzione della vita che avevi vissuto sino a quel momento, di te stesso.

E arriverà il freddo invernale, che poi cederà il passo al vento primaverile, poi all’afa estiva, sino alle foglie ingiallite dell’autunno, per poi arrivare di nuovo l’inverno.
Così, proprio come passano le stagioni, passeranno nuovi treni, in diverse stazioni.
Passeranno le persone, proprio come passerai anche tu.

Pensavo di essermici quasi abituata.
Ai treni che passano, una volta soltanto.
Alle attese, vane o più lunghe del previsto.
Alle corse per salire in tempo.
A restare in piedi tra la folla o seduta ad un posto riservato accanto al finestrino.
Alle porte che ti si chiudono in faccia.

A salire su di un treno qualsiasi fermandomi in ogni stazione, prima di decidere quale fosse quella giusta dove sostare, segnandola come meta finale del viaggio che avevo scelto di fare.
A capire che le mete prefissate non saranno sempre quelle definitive, e nemmeno sempre quelle giuste, così da importi di rimettere lo zaino in spalla e salire su un nuovo treno che avrà una diversa destinazione.
Pensavo di essermi abituata, a saltare di stazione in stazione, guardando a ciò che sarà e non a ciò che è stato, anche ai saluti, lunghi, intensi, frenetici e di rito.
Alle persone che passano, e a me, che passo insieme a loro.

Ho capito che a tutto questo non ci si abitua mai abbastanza e che sarà questo il prezzo più alto da pagare, seppure il più bello, perché in fondo ci rispecchia.

Il nostro sarà sempre un biglietto di sola andata per un viaggio in cui sarà quasi irrilevante la comodità e quanto gli altri avranno da offrire, perché conta quello che ti porti dentro.
È un itinerario che stabiliremo noi, stazione dopo stazione, senza fretta di arrivare, ma godendo di ogni tappa come se fossero pezzi di un puzzle che in principio sembreranno non avere alcun punto di incontro, per poi congiungersi perfettamente, soltanto alla fine.

Credo ci si possa abituare solo quando guardi tutto dal finestrino, senza mai fermarti o porti domande, quando guardi ad un treno come un mezzo ed ad una stazione come un fine.
Ed invece, anche quando avevo giurato di smettere, ho capito che non smetterò mai, lo trovo più autentico.

Così mi camufferò sempre da esploratrice inesperta, guardando ogni treno come fosse un posto da scoprire ed il cancello di ogni stazione come fosse la porta di casa, o semplicemente di un luogo sicuro dove temporaneamente sostare.
Sbaglierò ma imparerò e forse, alla fine, sarò anche in grado di insegnare qualcosa.
Sentirò il rumore dei passanti ed il cigolio dei binari.
La brezza di un vento sottile che attraverso un finestrino aperto a metà ti scompiglia i capelli.
Avrò sempre la sensazione di aver gettato un pezzo di vita, ogni volta, prima di comprendere di averne guadagnato il doppio, con un cuore che man mano diventerà sempre più grande perché ci porterai dentro ogni luogo in cui avrai sostato ed ogni schienale su cui ti sarai poggiata.

Il nostro privilegio sarà quello di iniziare un diario, diverso per ogni destinazione.
Perché in fondo la vita è come un quaderno dalle pagine bianche che inizia con l’incontro tra l’inchiostro e la carta. Forse non ci si sente mai pronti abbastanza, ma il lusso che possiamo concederci è quello di cominciare da zero, seguendo le righe che la nostra immaginazione avrà disegnato per noi, strappando quelle che non ci piacciono e ripartendo da capo: da una pagina bianca.

Il bianco sembra uno spazio da riempire, privo del necessario, come una stanza vuota senza mobili. Invece, alla fine, è il punto in cui convergono tutti i colori. È l’essenziale di cui abbiamo bisogno. È il punto di partenza che ci fa sentire nostalgici, ma pieni e vivi.

E alla fine arriverà di nuovo la primavera.
Avrà il colore dei tuoi occhi.
Il profumo della tua pelle.
La bellezza di un tramonto in riva al mare.
La semplicità di un arcobaleno.

domenica 6 gennaio 2019

Con il piede all'insù


L’altro giorno ero seduta in metropolitana accanto ad un uomo che sfogliava un libro sul linguaggio del corpo, “What your body says”.
Ho immaginato che si addicesse perfettamente ad un luogo come quello, dove il materiale umano da analizzare non è mai abbastanza e lascia spazio alla più fervida delle immaginazioni. Più che i loro corpi, mi piace fantasticare sulle loro storie: chi sono, dove sono diretti, cosa desiderano quando mettono la testa sul cuscino prima di addormentarsi?

Tuttavia, credo che quell’uomo sedutomi accanto non la pensasse come me. La sua attenzione era rivolta ad un’immagine di una donna con le braccia conserte e con la punta del piede rivolta all’insù. Sbirciando con la coda dell’occhio, ho letto nella descrizione che la punta del piede rivolta verso l’alto è un buon segno, significa che alla persona in questione piace ciò che sta ascoltando, si sente a suo agio.

Facile intuire quale fosse lo scopo di un uomo sulla quarantina quando ha acquistato un libro del genere, ma forse questa potrebbe essere un’altra storia: quella in cui la punta del piede rivolta verso l’altro diventa un’inconsueta pratica d’adescamento. O forse, è semplicemente quello ho voluto immaginare io, complice lo scarso sonno ed il rientro dalle vacanze natalizie che mettono sempre di cattivo umore.

Se a stilare la lista dei propositi del nuovo anno fossi tanto brava quanto a costruire castelli in cui farci abitare principi, principesse, fate e streghe cattive, probabilmente a quest’ora ne avrei già una e ne avrei almeno portato a compimento un paio. La verità è che però io e le liste abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale: è come se la vita ad un tratto si accorciasse, come se una porzione si presti a diventare necessariamente funzionale ad un’altra successiva. Non esistono parentesi, né punti, ma solo tante virgole. Come quando si legge un testo lunghissimo privo di punteggiatura e solo alla fine potrai tirare un respiro di sollievo, perché lo hai portato a termine.

Ho sempre preferito immaginare castelli che stilare liste: perché nei luoghi che la tua fantasia è in grado di disegnare sei libero ed il tempo non diventa un nemico da sfidare, perderesti in partenza. Diventa un compagno di viaggio, pronto a coccolarti quando la tua pazienza vacilla, ma anche a tirarti sberle quando ti dici stanco nel proseguire.

In quel castello fai entrare chi vuoi, forse chiunque, ma manterrai sempre la porta socchiusa perché non ti piace trattenere con forza chi non vorrà più farne parte. E alla fine andrai avanti lo stesso, senza mai rimpiazzare nessuno, perché ogni porzione di vita avrà avuto il suo senso, lì ed allora. Imparerai a rigenerare, te e ciò che ti circonda, perché quel castello non diventerà mai una prigione.

Immaginare castelli che non fossero costruiti con la sabbia ma che avessero pareti più spesse così da sembrare robusti come una qualunque lista è quello che ho fatto quest’anno: non sentirsi rinchiusi in un limbo con le gambe a mezz’aria, ma mantenere i piedi ben fermi sul selciato, così da potermi indicare una via da seguire. Non ha mai fatto parte di una lista di propositi, l’ho imparato strada facendo, non tralasciando alcuna via alternativa.

Se oggi qualcuno mi chiedesse di farmi un augurio, probabilmente sarebbe quello di concedermi qualche momento in più in cui rimanere a braccia conserte con la punta del piede rivolta all’insù. E questo non di certo per rimorchiare uomini in metropolitana che acquistano curiosi manuali per camuffare la scarsa abilità nel relazionarsi a qualcuno.

Mi auguro di provare piacere nell’ascoltare, di sentirmi a mio agio, in un castello aperto a chiunque, in cui farci restare solo chi conta.
In cui non esistono ritardi, ma semplici attese.
In cui spendere tempo in egual misura, per correre verso qualcosa, e per aspettare che qualcosa riesca a raggiungere te.
Quel castello in cui si nascondono sentieri che percorrerai silenziosamente e che d’un tratto ti imporranno di svoltare.
Quelli che dietro l’angolo nascondono piazze di piccole dimensioni, dove sentirai lo schiamazzo di bambini che giocano, il profumo del caffè, il rumore delle onde del mare.
E saprai già che dovrai sostare su di una panchina a caso, così da riuscire a farti entrare tutto dentro.
Non aspetterai che qualcuno, in quel castello, venga a salvarti, perché sarai in grado di farlo da sola. L’hai fatto tante volte ed ogni volta sapevi che non sarebbe stata l’ultima.

Per questo odi le liste, i resoconti ed i buoni propositi.
Preferisci tuffarti e cogliere l’inaspettato.
Quello che alla fine ti fa amare il tragitto che hai deciso di intraprendere e che ti sprona a sognare, sempre più in grande.

domenica 29 luglio 2018

Come nelle migliori famiglie

Una pioggia sottile che non bagna l’asfalto si poggia sui vetri della finestra, come in una tipica giornata autunnale. Il ragù è sul fuoco ed il suo profumo é già nell’aria, in attesa del tipico pranzo domenicale. Quasi non me ricordavo più, eppure quel giorno da segnare in calendario è arrivato, anche quest’anno, puntuale come ogni anno.

Cinque anni fa ad accogliermi in terra d’Albione c’era un tiepido sole che ad intermittenza si nascondeva tra le nuvole.
A ricordarmi che nonostante fossimo nel bel mezzo della stagione estiva, quella non avrebbe assunto la parvenza di una località balneare.
Avevo uno zaino sulle spalle e due valigie che trascinavo a fatica, come se il mio percorso avesse già una destinazione, che invece non avevo nemmeno ancora disegnato.

Non sapevo se quella casa dai mattoncini rossi e dal tetto spiovente potesse diventare presto la mia casa. Ma ho impiegato poco a scoprire che nessuna di quelle in cui ho cercato di adattarmi lo sarebbe diventata, almeno non nel modo in cui ho imparato a concepirla, nutrendomi di dettagli da assemblare per costruire i primi mattoni, che avrei posto con cura uno sopra l’altro, concedendomi il lusso di rischiare, quando li gettavo via per ricominciare tutto da capo.

Così, quando ho scoperto che una casa, quella vera, sarebbe stata un posto da portare con me, per farvi ritorno ogni volta ne avessi sentito il bisogno, senza pareti, una cucina in comune e coinquilini con cui condividere la carta igienica, ho appurato che dovesse essere leggera, morbida, riempita solo dell’essenziale.

In questo, però, sono stata spesso una studentessa disattenta, poco scrupolosa, abbracciando ritmi caotici ed insensati che intanto mi conducevano ad un punto di non ritorno.
Ma tu, cara Londra, ti sei imposta come mia insegnante. 
Severa, esigente, pretestuosa.
Quasi mai benevola, ma alla lunga giusta nel tuo giudizio, prima che girassi l’angolo per trovarmi di fronte nuove sfide.
Mi hai presa per mano, sempre.
Quando ero per terra e di mani tese per tirarmi sù non ce ne erano.
Quando avrei potuto cercarne altre, ma ho scelto la tua.
Quando mi hai insegnato a camminare da sola, poco per volta.
Quando mi hai fatto comprendere che per farlo avrei dovuto inciampare più volte, senza per questo farmene una colpa.
Quando mi hai presa per mano e mi hai lasciato danzare.
Quando la musica era finita, ma tu mi dicevi che dovevo continuare.
Quando le tue mani mi hanno lasciato fluttuare nell’aria, come una piuma che poi si poggia sull’asfalto.
Quando mi hai insegnato che le prime volte mi avrebbe fatto tanto male, ma poi sarei guarita.
Quando mi hai fatto capire che, a poco poco, mi sarei abituata e l’impatto con l’asfalto per poi ricominciare sarebbe stato meno doloroso ogni volta.
Quando, tenendoci per mano, ci siamo odiate, ma amate, allo stesso tempo.
Come chiunque abbia imparato a scegliersi, come la prima volta, nonostante tutto.

Così, dopo il mio primo lustro, come fossimo giunti al termine di un lungo ciclo scolastico, ricordo quel timore reverenziale di chi, come me, era tra i banchi in un’aula gremita: ad ascoltare ed ad attendere il proprio turno.

Ed é in tutto questo tempo che ho imparato a lasciar perdere i giudizi approssimativi.
Ad ignorare chi prendeva parola solo per il gusto di interrompermi.
A guardare alla vita come un elastico, in attesa che tutto tornasse indietro, con pazienza.
Ad assumere il rischio di amare, ma anche la responsabilità nel non farlo.
Non ho ancora imparato ad offrire tutto il mio cuore soltanto ai più meritevoli, perché forse ho capito che non ce ne saranno mai abbastanza: alla fine conterà con quanto amore ti getti in questa vita e sarà allora che il tuo cuore, quanto più sarà pieno, tanto più ti farà sentire leggero.

Ho imparato a cucinare per un’intera famiglia, perché il senso della misura non fa per me.
A nascondere la carta igienica in segno di guerra, e a lasciarla in bagno in segno di resa.
Ad indossare i sandali anche con la pioggia, perché l’estate é uno stato d’animo, anche in Inghilterra.
Ad appurare che spesso le diversità ci accomunano, solo se si è disposti a cavalcarle con grazia, e che invece talvolta quelle che appaiono similitudini possono allontanarci, come una naturale conseguenza quando scegliamo da che parte stare.
E a non mettermi mai in cattedra quando voglio imparare, lasciandolo fare solo a chi ha una storia da raccontare.

Allora, allo scadere del mio quinto anno, non mi sento più quella ragazzina che per paura si camuffa tra la folla rosicchiandosi le unghie. 
Ho estinto ogni mio debito così come ogni mio credito, guardando a quanto perso, recuperato, costruito.

Abbiamo vinto, anche quest’anno, soprattutto quest’anno.
Lo abbiamo fatto insieme, quando tutto sembrava perso, soprattutto quando tutto sembrava perso.
Lo abbiamo fatto senza perderci in formalità, l’una tra le braccia dell’altra.
Ci siamo coccolate, così come respinte, per poi tornare a stringerci le mani.


Lo abbiamo fatto anche quest’anno, io e te, come nelle migliori famiglie.

martedì 5 giugno 2018

Adelante, cómete el mundo

Ho cercato di trovare le parole ogni giorno in questi mesi in cui non ho scritto. 
Poi, come spesso accade, sono state loro a trovare me, proprio quando ho smesso di cercarle. Così mi hanno quasi circondata, impedendomi di scappare, perché stavolta non ci sarebbe stata una via d’uscita, un piano B, un’alternativa che avrebbe solo procrastinato il tutto, mai cancellato.

Sono state loro a chiedermi di uscire, dopo tutti questi mesi, in cui dicevo sempre dell’altro per camuffare. Ed io, che ho imparato col tempo a prendermene cura come un genitore attento, ho capito, forse tardi, che era giusto lasciarle andare. Come quando un figlio chiede il permesso per poter prendere la propria strada, e tu, nonostante la ferita di vederlo andar via, non puoi non concedergli di distaccarsi: è un percorso naturale.

Così, chiudo anche questo pezzo di vita.
E con questo, tante altre parentesi.
Perché so farlo soltanto in questo modo: apro e chiudo ogni cosa, nello stesso preciso momento.

Quello che mi ha visto diventare più grande, più donna, più forte. Ma anche quello che mi fatto capire quanto ancora potessi essere debole, senza per questo vergognarmene. 

Quello che mi ha visto credere in un amore che non c’era. Per poi applaudire, forte, al trionfo di quello degli altri. Quello che mi ha visto prendere e poi lasciar perdere. Quello che mi ha visto lottare per degli ideali, per poi capire che ad ognuno spetta la verità che i propri occhi sono in grado di osservare. Quello che mi ha visto vincere, ma anche perdere, tante volte.

Quello che mi visto sorridere, ridere a crepapelle, piangere da inondare un edificio, star male nel silenzio di una stanza che non emetteva alcun’eco.
Quello in cui la serenità a volte è stata spazzata via dal rammarico di non avercela fatta. Quello in cui certi traguardi che dovevano essere la fine di un percorso ad ostacoli sono stati percepiti come mura ancora più alte, mentre altri come i doni più belli che la vita possa concederti.

Quel pezzo di vita in cui ho dato valore alla solitudine. Ma anche quello in cui quest’ultima ha assunto la parvenza di una spina, quando ho appurato che se nessuno si sarebbe preso cura di me, dovevo farlo da sola, mentre intanto offrivo le mie spalle ai primi che vi si appoggiavano, per poi inarcare le proprie e voltarsi senza mai incrociare più il mio sguardo. Nemmeno per un arrivederci.

Quel pezzo di vita che mi ha arricchito e consumato, allo stesso tempo.

Quello in cui non ho mai avuto veramente paura, così da sembrare una ragazzina arrogante, prepotente, sicura di sé, solo perché volevo dimostrare di non averne, solo perché non potevo più permettermelo, senza dare tante spiegazioni a chi, per indifferenza o disattenzione, non le avrebbe capite comunque. Una che non faceva alcuna fatica ad esprimere un’opinione, a mandare al diavolo, a mettere tutte le cose al proprio posto, lì dov’era giusto che fossero. Ad ascoltare, incoraggiare, ad infondere resilienza, ad essere paziente. Ma ho fatto anche tanta fatica: ad ascoltare quando avrei voluto essere ascoltata. Ad accondiscendere a bugie quando avrei voluto gettare in faccia la verità. Ad ordinare o riparare vasi oramai rotti, quando avrei voluto che qualcuno me li avesse tolti dalle mani. Ad essere resiliente, quando tutto mi avrebbe imposto invece il contrario.

Quel pezzo di vita in cui ho rimproverato a me stessa un eccesso di empatia, di sensibilità, di accondiscendenza. Quello in cui a volte ho concesso ad altri il lusso di rimproverarmelo, quasi fosse un peccato capitale. 

Ho trovato famiglie che ho perso. Ho rischiato di perdere famiglie consolidate di cui poi ho capito di non poterne fare a meno. Ho trovato qualcosa, cui non so ancora dare un nome, ma sa di umanità e ho capito che è bello. Ho trovato qualcosa che avrei voluto trattenere, prima di rivelarsi uno scrigno vuoto e troppo piccolo per poter contenere il mio cuore.

Non so se non ho mai avuto veramente paura o semplicemente volevo mostrare di non averne. Oggi, mentre preparavo il mio terzo caffè della giornata, ho capito che non potevo più mentire e ho ammesso a me stessa di averne tanta, e che il timore di non apparire fragile è umano quasi quanto la voglia di sfidare ogni paura, quasi quanto il bisogno di mostrarsi per quello che si è, per quello che ci si porta dentro, di tanto in tanto. 

Così ho paura.
Di saltare la staccionata.
Di percorrere nuovi sentieri mai calpestati finora.
Di inciampare, di nuovo, sempre negli stessi punti.

C’è solo una cosa di cui non ho avuto mai paura. 
Di apparire allo sguardo dei disattenti una ragazzina arrogante e prepotente. Perché ho capito che sono gli altri, invece, ad averne: quando non riescono a mostrare lo stesso coraggio, quando fa comodo per incapacità di comprendere quella sicurezza che ti sei dovuta cucire addosso quando hai capito che si è sempre soli quando ci si getta nel mondo, con premura o con tutta la veemenza che ti appartiene.

Non ho mai avuto paura.
Di offrire il mio cuore, anche rischiando di farmelo restituire in pezzi.
Di seguirlo, anche quando mi dice di attraversare sentieri ripidi e bui.
Di esserlo, il mio cuore.
In tutte le sue forme.
In ogni lacrima, così come in ogni suo sorriso.
In tutti i suoi punti di forza, ed in ogni sua debolezza.

É questo che le mie parole volevano dirmi ed io non potevo aspettare: che le devo cacciar fuori, sempre, perché io sono loro tanto quanto loro sono me.
Di non aver fretta di divorare il mondo, ma di cominciare ad addentarlo a piccoli morsi, dopo un lungo periodo di astinenza.
E di non fermarmi, mai.
Anche quando avrà un cattivo sapore, quando non riuscirai a deglutire, quando ne avresti preferito di gran lunga un altro.
Che tutto ci forma e ci consuma, al contempo.
Ma niente deve trasformarci in qualcosa che non siamo.

Cómete el mundo, sento sussurrare.
Ed io prometto soltanto una cosa: ci provo, perché non ho paura.

mercoledì 21 marzo 2018

Promettimelo, cara

Promettimelo, cara.
Che il riflesso delle onde del mare non svanirà mai nei tuoi occhi. Che non smetterai mai di ascoltarne l’eco. Che non smetterai mai di immaginarti a piedi nudi nella sabbia bagnata in una giornata di fine estate, mentre una sottile brezza ti scompiglia i capelli.

Promettimelo, cara.
Che osserverai il passaggio delle stagioni con la leggerezza di chi sa di non poter cristallizzare il tempo, consapevole però di quanto ogni singolo istante sia prezioso.
Per imparare ad amarsi di più.
Per imparare a non essere preda degli eventi, ma a sfidarli, come un cavaliere valoroso.
Per imparare a cogliere ciò che si crede di meritare.

Promettimi, cara, che il tuo sguardo sarà sempre orientato verso il sole.
Anche quando piove. 
Promettimi, cara, che non aspetterai l’arcobaleno, ma che andrai a cercarlo tu.

Promettimi, cara, che le tue mani saranno sempre tese come a voler catturare le stelle. Perché forse non ci riuscirai, ma impererai a protendere te stessa verso qualcosa che sa di infinito.

Promettimi, cara, che quando tutto sarà finito, ricomincerai da capo. A creare un nuovo cielo su cui dipingere ogni cosa, da nuove stelle ad un arcobaleno dalle tinte sempre più vivide, da un nuovo sole ad altre nuvole su cui imparare a soffiare più forte per spazzarle via.

Promettimi, cara, che non dimenticherai mai come remare.
Soprattutto col vento a sfavore.
Rema. Continua a farlo. Anche mentre le onde ti colpiranno in viso.
Perché devi andare dove il tuo cuore ha deciso che tu vada, sempre.
Promettimelo, cara.

E promettimi che riuscire a capire in che direzione tira il vento non sarà mai in cima alle tue priorità.
Non lo devi sfidare.
Nè lasciarti cullare.
Nè tanto meno far sì che ti scaraventi sull’asfalto.
Devi rimanere ferma.
Promettimelo, cara. Che tu non sarai mai una bandiera. 
Promettimi, cara, che avrai sempre a mente una scala di valori che ti permetterà di destreggiarti tra le folate di vento, perché saranno loro a decidere per te da che parte stare. E non rinnegarti mai, promettimelo.

Promettimi che esplorerai tutte le strade, cara. 
Quelle ripide.
Pianeggianti.
Collinose.
Inesplorate.
Per poi decidere di percorrere quella a te più familiare. Quella che conduce verso casa.
Tuttavia, cara, promettimi che la tua scelta non ricadrà mai sulla strada più facile. Le cose belle sono complicate, promettimi che lo terrai a mente, cara.

Promettimi che dispenserai sempre gentilezza, cara.
Anche quando risulti inopportuna.
Fallo a caso, almeno una volta al giorno, come una pillola presa dopo i pasti.
Fallo, per sentirti una persona migliore.
Promettimi di porlo in cima alle tue priorità, cara.

Promettimi, cara, di usare con gli altri lo stesso rispetto che nutri verso te stessa.
Promettimi di andare alla ricerca di momenti, persone, circostanze, che sappiano tutte di umanità.
Promettimi che però riuscirai a bastare a te stessa.
Con tutto l’amore che ti porti dentro.
Promettimelo, cara, perché ti aiuterà a sentirti più forte.

E promettimi che non userai mai nessuno come stampella cui aggrapparti.
Promettimi, cara, di non contemplare mai come possibile il bisogno d’accettazione. Perché é l’unico, tra i bisogni, a renderci deboli. Gli altri, solo vulnerabili, e la vulnerabilità è umana, cara. 

Piuttosto, promettimi di selezionare sempre i fiori più belli.
Quelli che ti catturano per il loro profumo intenso.
Quelli colorati al punto da colorare persino i tuoi occhi.

Promettimi anche un'altra cosa: che la verità sarà sempre il tuo unico rifugio.
Promettimi che saprai sempre riconoscerla.
Tra tutte le bugie in cui avrai imparato a credere, solo per attutirne il colpo.

Promettimi, cara, di preservare sempre la tua dignità.
Quella che si pone sul binario opposto dell'orgoglio, ma che s'interseca con l'amor proprio.
Quella che bilancia azioni e desideri.
Quella che misura pensieri e parole.
Quella che definisce chi sei.
Promettimelo, cara. Che tu saprai sempre chi sei.

Promettimi, cara, che non smetterai mai di innamorarti.
Delle tue debolezze che collimano con i punti di forza.
Del tempo da catturare alla svelta mentre fugge, solo per creare qualcosa di bello.
Dei colori dell’alba, quelli che lasciano immaginare un nuovo inizio.
Dei profumi della primavera.
Dei sapori, anche di quelli che il tuo palato non saprà riconoscere sin da subito.
Della vita, tutta quanta.

Promettimi che ad ogni tempo destinerai una promessa diversa.
Promettimi che non smetterai mai di prometterti qualcosa.

Cara, promettimelo.

sabato 24 febbraio 2018

Il tuo profumo e anche i tuoi occhi

Non manca molto, in fondo.

Per iniziare il mio ultimo anno che avrà il due come primo numero.
Chi lo sa come mi sentirò tra dieci anni, quando sarà il tre a lasciare posto al quattro.
E chi lo sa come mi sono sentita dieci anni fa. Questo nemmeno me lo ricordo.

Quando sono in prossimità di un traguardo, mi concedo del tempo per guardare tutto quello che ho lasciato alle spalle. Devo capire se merito di oltrepassare la striscia bianca segnata sull’asfalto, asciugarmi la fronte per poi ripartire in una nuova corsa. 

Una di quelle che avrà un selciato più o meno tortuoso, ma sicuramente un’altra destinazione. 
Una di quelle che comprenderà altri 365 insegnamenti, racchiusi spesso in dettagli che restano inosservati allo sguardo dei più. 
Una di quelle in cui saper cogliere quando sarà opportuno ingranare la marcia, e quando invece decelerare.

Lo faccio non per contare cosa ci abbia guadagnato, ma soprattutto cosa ho sbagliato. Cosa ho perso. Cosa non ho imparato. Cosa mi ha tenuto legata. Cosa non mi ha permesso di vincere con maggiore agilità. Perché, in fondo, è anche questo che la vita ci chiede ogni tanto, come fosse una sorta di conto da pagare. 

Un rendiconto che scrivi tu. Davanti ad un foglio bianco, senza remore, né paura di tradirti. 

Allora, nel mio penultimo anno con il due davanti, non ho ancora imparato a non dar troppo peso. Alle circostanze avverse, ai volti di plastica, alle sagome di cartone, alle parole scritte sulla sabbia.
Piuttosto, ho cominciato a dar peso al tempo che scorre, a considerare sacro ogni attimo, così da essere incapace a sprecarlo. Per tutte quelle cose destinate a diventare brutti ricordi nello stesso istante in cui le si vive, e con tutti coloro destinati ad essere chiusi in uno scatolone da custodire nell’angolo di una casa, come fossero l’ultimo pacco da scaricare.

Ho imparato a sbiadire quella linea di demarcazione che ostinatamente ricalcavo tra me e quella porzione di mondo che un tempo mi faceva paura. 
Ho imparato a lasciar sbiadita anche quella che custodivo dentro di me, per separare le parole da pronunciare dal mio reale stato d’animo. 
Ho avuto la conferma, però, che quello che sono lo esprimo soltanto scrivendo. Così, ho imparato a fregarmene: di quello che vede la gente, di quello che pensa, di come mi etichetta. 

Perché la verità é che ci sarà sempre qualcuno pronto a puntarti il dito, per farti un elenco di tutte le tue manchevolezze.

Ci sarà quello che ti biasimerà di non averlo amato abbastanza, o di averlo amato troppo. Così ho imparato ad amare e basta, senza preoccuparmi della dose da offrire, né di quella che forse non riceverò in cambio. E ho imparato che non amare non é peccato. Lo è imporsi di farlo, solo perché é scritto sul copione di un film che non sei più disposto a recitare. 

Ci sarà sempre qualcuno che ti darà dell’incapace, dell’inferiore, dell’inetto. Ho imparato che sono quelli che hanno paura di te. Allora se non sarai in grado di insegnar loro a non averne, dovrai imparare a scansarli. L’ho imparato, ma troppo tardi.

Ci sarà sempre qualcuno detentore di una verità che non collima con la tua. Perché, alla fine, ognuno avrà il diritto della verità che gli spetta. L’ho imparato, questo, a mie spese, appurando che ogni verità è il prodotto di diversi ingredienti che si miscelano, e la consistenza dipenderà dalle dosi. Una verità è fatta di coraggio, di amor proprio, di umanità, di senso del dovere, quello morale. La paura no, non c’entra niente. Quella produce solo grandi bugie.

Così, alla fine, ho capito anche un’altra cosa.
Che non sarò mai quella donna in grado di godermi il traguardo, senza però prefissarmene subito un altro. 

Che sarò sempre quella donna che sente di non meritare di appoggiare il suo piede oltre la striscia bianca segnata sull’asfalto. Potevo essere più svelta, decelerare in alcuni momenti per godere della bellezza del paesaggio circostante, potevo sudare di più.

Ma sarò quella che non avrà mai più paura di perdere ogni cosa, perché ha imparato a costruire quel poco che conta. Quella che agli altri mostra sempre di essere pronta, perché ha imparato a lanciarsi anche senza paracadute.
Quella che non conterrà nulla: né il troppo amore, né la paura di essere infelice.
Quella che, alla fine, avrà imparato a miscelare pochi ingredienti per creare un prodotto che non debba necessariamente piacere a chiunque, ma soprattutto a se stessa, al punto da non smettere mai di creare. 
Quella che, alla fine, avrà poco da insegnare, ma avrà imparato una cosa importante: sentirsi bene in dei piccoli spazi che l’immaginazione trasforma in regni incantati, e ad essere felice, con le piccole cose.


È così che immagino il mio ultimo anno, prima di salutare il numero due: pieno di tutta quella vita, anche quella che fa male, da cogliere a piene mani, che attraverso sentieri stretti ti conduce verso il mare, dove tutto é più familiare, perché avrà il tuo profumo, e anche i tuoi occhi.