Visualizzazione post con etichetta blogger a Londra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta blogger a Londra. Mostra tutti i post

giovedì 7 dicembre 2017

Con dignità

Ho sempre pensato al concetto di dignità come ad un qualcosa dai colori pastello, quelle tinte tipiche primaverili, fresche, di quelle che messe insieme donano lucentezza, pur essendo di una semplicità disarmante. Ho sempre reputato fosse importante, la dignità.

Mi è stato insegnato così ed è forse per il senso di responsabilità che si impossessa di me ogni qual volta mi imbatto nell’ennesima lezione che la vita vuole impartirmi che l’ho posta in cima alle priorità, come qualcosa di indissolubile. Di colorato. Di fresco. Di lucente. Di semplice. Come tutte le cose che ancor prima di offrire una forma, definiscono la nostra sostanza. Quella che si pone come una bussola per qualsiasi cosa, dalle azioni ai pensieri.

Non credo abbia a che vedere con il fare sempre la cosa giusta, piuttosto ciò che ci si sente di fare. Ha a che fare con quello che siamo, perché l’abbiamo imparato a nostre spese o semplicemente lo siamo diventati, con il tempo.

Allora dare forma ad ogni tipo di emozione che si prova sarà dignitoso, solo se la forma applicata ci rispecchia. Perché, in fondo, la dignità è il rispetto che ciascuno avverte nei confronti di se stesso. Per questo motivo, è anche verità. La dignità è soprattutto verità.

Ed è sulla base di questo principio che, col tempo, ho imparato ad impossessarmene, e a rispettarla, come il bene più prezioso che decidi di custodire gelosamente in uno scrigno chiuso con un lucchetto, per evitare che qualcuno lo apra e decida di farne ciò che vuole.

Oggi, alla mia dignità ho posto un’etichetta con sù scritto il mio nome e cognome.
Non potevo farlo prima.
Dovevo imparare a contare tutti i miei sbagli e a non percepirne il senso di colpa, ma riderne, a crepapelle, al punto da volermene concedere un altro.
Dovevo imparare a rischiare e accettare tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, e che per loro natura sono imprevedibili. Ma chi osa, vince. Sempre, a qualsiasi prezzo.
Dovevo imparare a salire sul giusto gradino, mai uno più in basso per agevolare chi, intanto, avrebbe avuto una visuale migliore della mia.
Dovevo imparare a pensare non soltanto a me, ma anche a me, soprattutto a me.
Dovevo imparare ad amarmi nella mia imperfezione.
Dovevo imparare a darmi un valore che si sposasse a pieno con i miei desideri, e a pensare di meritarmelo.
Dovevo imparare a non sentirmi sbagliata, ma me stessa. A non sentirmi sbagliata per gli altri, piuttosto giusta per me stessa. 

Allora, la cosa più importante che ho appurato, é che questo senso di dignità ti fa sentire integro, tutto intero, senza pezzi mancanti che non siano ulteriori frammenti che sovrapporrai ad altri già esistenti, mai per completarti, ma per la bramosia di sapere qualcosa che ancora ignoravi, di conoscere qualcosa che non avevi ancora sperimentato, per aggiungere un colore che sulla tua tavolozza non avevi ancora posto.
Non ti fa desiderare l’approvazione altrui, perché la verità non ne ha bisogno.

Mi è capitato, varie volte e sotto forme diverse, che venisse presa come bersaglio. 
Perché esistono, secondo me, diverse forme di violenza applicate da uomini vili, e non solo.
Ma quella più grave, è quella che c’é ma non si vede. Quella che serpeggia, senza far troppo rumore, perché mira ad indebolire il bene più prezioso custodito nel tuo scrigno.
Allora non ci saranno porte che sbattono.
Urla in grado di abbattere pareti.
Non é quella violenza del ‘ti distruggo ogni cosa’.
Nemmeno quella degli ultimatum.
Non é quella che ha una data d’inizio ed una scadenza.
Quella che mette in luce un problema e, nel bene o nel male, tende alla ricerca di una soluzione.
E nemmeno quella in cui prevarica chi alza di più la voce.
La conosco, molto bene.

Ma ho imparato a conoscerne anche un’altra, proprio quando i semi piantati hanno dato vita ai primi boccioli che non intendo abbandonare, ma continuare ad innaffiare affinché divengano dei bellissimi fiori.

In questo caso le porte sono già chiuse, non occorre che le sbatta qualcuno.
Esistono silenzi che sanno quasi di eternità.
Non c’é alcunché da distruggere, perché non è stato mai costruito qualcosa di semplice.
Sembra non finisca mai, a patto che non sia tu ad alimentarla.
Quella in cui non esiste una soluzione, perché non ci sono nemmeno problemi.
Quella in cui serpeggia un senso di prevaricazione al solo scopo di demolire, perché si crede che la propria forza si faccia sulla pelle degli altri.
Quella che è finta, perché si nutre di pregiudizi, di bugie che ci si racconta al punto da immaginarle come unica via, di insicurezza.
Quella che come unica strada vede la prepotente ricerca di approvazione, perché non ci si sente interi ricercando in altri i pezzi mancanti, provando a staccarli, in qualunque modo, qualsivoglia sia il prezzo.

Sin da quando ero piccola, mia madre mi ha sempre detto di non dover ricambiare con la stessa moneta, quando ancora non ne comprendevo a pieno il significato. Oggi lo capisco, e la ringrazio, perché ho imparato a vivere tutto sino al midollo, per poi scrollarmi di dosso ogni cosa con un sorriso.

E anche perché, come tutte le madri, anche la mia aveva ragione, come sempre.
Così ho capito che non sarò mai quella donna che inarca le spalle e procede dritto e a passo svelto senza mai più voltarsi. Ma quella che si concede il lusso di inciampare, tante volte, prima di capire che vale la pena lasciar perdere. Mai con rammarico, ma conscia dell’unica verità osservabile. Con dignità, nonostante le ginocchia sbucciate.
Non sarò mai quella donna che si pone sul piedistallo, ma quella in grado di scendere ogni gradino, da sola, pur di trovare una soluzione, se esiste.
Non sarò mai quella delle mezze misure, delle emozioni contenute.
Quella che c’è ma non si vede. Piuttosto, quella che c’è ma può far finta di non esserci.
Non sarò mai quella del ‘poi vediamo, forse, può darsi’.
Non sarò mai quella che si nasconde dietro un dito. Non l’ho mai saputo fare, avrei voluto provarci, qualche volta.
Non sarò mai quella cui la mia dignità non sente di appartenere.


Ed è così, grazie a tutto questo, che mi concedo il lusso di sentirmi debole come un germoglio dei primi di marzo, e al contempo forte come un leone. Con dignità: tutta quella che ho, che sto facendo crescere e che ancora dovrà attendermi.
Che fantastica storia è la vita, cantava qualcuno. Con una certa dose di dignità, se lo crediamo fino in fondo, autenticamente fantastica, aggiungo io.

domenica 5 novembre 2017

Protagonisti

Essere protagonisti della propria vita significa riuscire a muovere le cose del mondo perché si è cominciato da se stessi.
Significa rimanere in piedi sul palco anche quando i riflettori si spengono.
Significa rintanarsi dietro le quinte solo per rimettersi in sesto.
Significa uscire, ma mai dalla porta di retro, solo attraverso quella principale da cui si è entrati.
Significa scegliere, ogni cosa, qualunque dettaglio.

Credevo di aver appreso tante lezioni fino ad ora, ma è come se me mancasse sempre una che avevo forse trascurato e che poi ad un certo punto la vita ti mette davanti e non puoi fare altro che assimilarla, tutta d’un fiato.

Così, un passo alla volta, sono salita sul palco.
Ho fatto attenzione a non inciampare.
Mi sono posizionata al centro.
“Schiena dritta”, qualcuno mi avrebbe urlato una volta.
Non credo che questa volta ci sia stato bisogno di ricordarmelo.
Credo che qualcuno mi abbia anche indicato una via di fuga, una di quelle uscite d’emergenza sul retro. Ho declinato l’invito a defilarmela, stavolta.
Piuttosto, mi sono concessa il lusso di svignarmela ogni tanto dietro le quinte, per poi tornare al centro del palco, anche a riflettori spenti.

Perché questa era una delle lezioni più importanti che non avevo ancora imparato.
Non per la sua sostanza, ma perché racchiudeva il senso e la misura di quello che vorrò imparare ad essere, di quello che un giorno o l’altro tutti dovrebbero imparare ad essere: protagonisti della propria vita.

Ho scelto io stavolta, ogni cosa, qualunque dettaglio.
Mi sono mossa per una ragione: quella di cambiare le cose del mondo partendo dalle mie.
Quello dove il più forte non é necessariamente il più scaltro, ma chi ha la pazienza di aspettare.
Quello in cui non esistono vincitori o perdenti, ma chi crede di non avere scelta e chi un’alternativa la trova sempre.
Quello in cui si impara a prendersi per mano, senza stringersela troppo, ma abbastanza da rimanere uniti.
Quello in cui si crede ancora in qualcosa.
Quello in cui per reggersi non serve altro che la forza della verità.

Non permettete mai a nessuno di fare leva sulle vostre debolezze, perché un giorno quelle diverranno i vostri punti di forza.

Non permettete mai a nessuno di dirvi che non siete abbastanza. Troppo magre, troppo grasse, troppo basse, troppo alte. Troppo poco, o semplicemente troppo. 

Non permettete mai a nessuno di tarparvi le ali perché siamo tutti nati per volare, ciascuno verso la propria destinazione.

E non permettete a nessuno di ripetervi che non avete scelta.
Scegliamo ogni cosa, ogni dettaglio.
Se essere ombre tra la folla, o protagonisti su di un palcoscenico, anche a luci spente, anche senza essere di fronte ad una platea attenta.
Perché, in fondo, certe scelte non le si fa allo scopo di guadagnarsi gli applausi, ma per amor proprio, per sentirsi non servi ma padroni della vita che ci è stata donata, per uscire di scena, forse, ma sempre dalla porta principale.

E alla fine conterà con quanta grazia ti sia concesso alle cose della vita, con quanta forza abbia resistito pur di non vederti defilato in un angolo, con quanta leggerezza d’animo abbia lasciato le cose a te non destinate, con quanta ostinazione ti sia posto al centro del palco consapevole di essere rimasto in silenzio troppo a lungo.


Forse il nocciolo della lezione era questo: sentirsi pronti per poterla assimilare e partire da qui, protagonisti di una vita che altrimenti sarebbe come perduta.

domenica 8 ottobre 2017

La vita é una questione di cuore

La vita é una questione di scelte.
Soltanto di quelle che bruciano.

Che non ti fanno dormire la notte.
Che fanno male, per la grandezza delle loro conseguenze.
Per quello che potresti lasciare, o anche ritrovare.
Di quelle che poi, nonostante tutto, fungono da ossigenante.
Di quelle che spazzano via ciò che il tuo inconscio aveva già deciso da tempo di abbandonare.
Quelle scelte per cui ci vuole non soltanto coraggio, ma soprattutto amor proprio.
Quelle che spingono fuori come una cascata tutte le emozioni che hcosai gelosamente custodito, per poi mescolarsi come su di una tavolozza di colori ad olio, su cui le lacrime si tingono di sorrisi, le occasioni perse di soluzioni ritrovate.
Quelle che affaticano il cuore che poi, però, ritorna a battere, così forte come se qualcuno ce ne avesse consegnato uno nuovo. 
Quindi, forse, la vita é piuttosto una questione di cuore.

E di tempi.
Quelli che potranno essere accettati per quelli che sono.
O sfidati, quando qualche frammento di cuore non riuscirà a combaciare con quella frazione di tempo a noi per qualche ragione destinata.

Ma sarà in quest’eterna sfida tra titani che sul finale ci accorgeremo che non potranno esserci né vincitori né vinti. Il tempo non potrà battere il cuore, così come il cuore non riuscirà mai ad avere la meglio sul tempo.

Piuttosto, danzeranno.
Insieme.
Oltre le luci dell’alba.
Perché il cuore non ha bisogno di trovare ragioni per battere, così come il tempo alcuna giustificazione per essere sfidato.

Così, quando avremo l’impressione che uno sia riuscito a vincere sull’altro, in realtà nessuno dei due sarà veramente esistito. 
Non era quello il tempo a noi destinato e tutti i frammenti di cuore mai stati realmente ricomposti.
Perché il tempo seguirà sempre il cuore, ed il cuore cavalcherà sempre l’onda del tempo.

È così che mi piace immaginarli.
Come su di un’altalena in cui a turno l’uno spinge l’altro.
Su cui potranno sedersi entrambi solo in rare occasioni, quando saranno in grado di cogliere la folata di vento che li accompagnerà sino in cima.
Altrimenti, dondoleranno, l’uno sulla spinta dell’altro.


È così che mi piacerebbe immaginare le cose belle della vita: come un’energica spinta da quella frazione di tempo che ci è concessa che lancia il cuore sino al punto più alto, e nel frattempo il cuore aiuta il tempo a non lasciarsi consumare.

mercoledì 12 aprile 2017

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, ha detto qualcuno una volta.
Ed io in effetti, ancor prima di conoscerne la grandezza, penso di averne fatto quasi un credo.

Quando ho deciso ad otto anni di scarabocchiare un diario inutilizzato e farne il primo libro di storie inventate. Gli diedi un titolo a caso, 'Polvere di stelle', perché ho pensato che forse potesse avere la stessa consistenza della polvere.
Quella che nascondi sotto il tappeto fin quando non decidi di spazzarla via. Quella che nonostante tutto poi riappare in ogni fessura. Quella che tra le mani scivola.
Ma allo stesso tempo qualcosa di affascinante, di magico ed inesplorato, come il raggiungimento di una stella mai scoperta, cui darai il tuo nome, forse. Perché ogni parola attentamente ricercata ed ogni punteggiatura mai messa a caso racchiude una parte di te.

Quando poi ho deciso di scrivere su pezzi di carta.
Di digitare qualcosa alla rinfusa senza sapere cosa ne sarebbe uscito fuori dietro lo schermo di un computer.

Quando ho deciso di farne un romanzo.
E poi un altro.
Non soltanto perché avessi qualcosa da dire.
Piuttosto trovavo la concatenazione di parole, virgole e punti più congeniale al mio modo di essere. Di chi parla, sempre troppo o troppo poco. Forse mai abbastanza. 

Perché forse ho creduto, da sempre, che le parole fossero veramente qualcosa di importante. Tutte quante.
Quelle che ringiovaniscono lo spirito per quanto appaiano fresche.
Quelle che ti attribuiscono responsabilità, perché certe volte occorrono parole perché tu ti senta finalmente addosso il peso dei tuoi doveri.
Quelle che ti accarezzano, come un soffio di vento primaverile.
O che ti bruciano, come i raggi ultravioletti in una giornata di solleone.
O che ti raffreddano, come il gelo pungente di una sera di gennaio. Come il silenzio.
Perché anche loro, le parole non dette, sono importanti.
E l'ho capito quando ho rischiato di perdere tutto in attesa di parole che non sarebbero mai arrivate soltanto perché avevo mani per scrivere ed una bocca per parlare, ma non degli occhi abbastanza profondi da poter vedere.

Perché col tempo, forse, si impara anche questo.
Non che le parole siano meno importanti delle azioni. Ma che queste, per la loro immensa portata, sono in grado di prendere le forme più disparate, di raccogliersi in un gesto, di intrappolarsi in uno sguardo, di incanalarsi in posti in cui non ci saremo mai diretti se non ce l'avessero chiesto o se noi non avessimo imparato a sentire.
Così ciascuno avrà i suoi modi.
I suoi canali.
Il proprio mondo di cui scoprire ogni confine, ogni angolo, ogni orizzonte.
La propria polvere di stelle.

L'importante sarà non rinunciarvi mai.
Farlo, a scadenze definite, solo quanto basta. 
Quando non si avrà la voglia di spiegare.
Quando il nostro mondo ci sembrerà troppo caotico e non sapremo da dove partire per poterlo ordinare.
Perché non si potranno usare parole a casaccio.
Non si potranno porre virgole al posto di punti fermi, né punti interrogativi al posto di quelli esclamativi.
Si dovrà avere la calma di ricercare le parole, dove nessuna sarà giusta o sbagliata. Quando si impregna di quello che sentiamo, quella che ha il volto di chi siamo, che se strizzate lasciano scorrere tutto ciò che mai vorremmo fermare. Quelle saranno da apporre, l'una accanto all'altra.
Sarà allora che avremo creato un qualcosa di nostro. Un pensiero, un gesto, una frase che possa fermarsi ad essere tale o crescere per formare dell'altro. Sarà allora che lo sentiremo, lo leggeremo, lo guarderemo, lo assaporeremo come fosse un frutto maturo caduto dall'albero ed esclameremo: sono io. 

Per questo le parole sono importanti.
O almeno è quello che diceva qualcuno.
È quello in cui mi è sempre piaciuto credere.
Perché se le leggiamo, le ascoltiamo, le scriviamo, ci donano consapevolezza.
Se le riconosciamo nei gesti, tepore.
Perché saremo a casa.
Nel nostro mondo.
Con la nostra polvere di stelle.
Ed avremo fatto un passo in avanti, perché indietro si torna solo per recuperarsi quando ci si perde.


domenica 12 marzo 2017

Questione di scelte

Ho smesso di credere nel destino.
A quella forza che domina ogni tuo impulso volitivo perché contro di essa sarai sempre destinato a sentirti impotente, e cosí ad assecondarla.
A quell'occasione presentatasi o perduta in quel determinato istante perché era ciò che una logica di gioco-forza aveva a te destinato.
A quei rapporti costruiti, persi o ritrovati cui ci si abbandona, solo perché ci si deve trovare una ragione. Alla loro esistenza, come alla loro fine.

Credo piuttosto nelle possibilità, che come pezzi di un puzzle si incastrano per creare una concatenazione di eventi di cui sarai il creatore e il distruttore, l'attore protagonista ed il suo antagonista, un solo pezzo e l'intero puzzle.
Credo nelle scelte.
Di svegliarsi come se ogni mattino sia una occasione per sentirsi vincenti comunque.
Di farlo come se ogni giorno sia il preludio di sconfitta annunciata.
Di ascoltare il vicino che suona la tromba e credere che faccia rumore.
O di lasciarsi guidare dal suono come se si fosse in un locale jazz dalle luci soffuse.
Di credere che tutto è inutile, o che anche qualcosa possa in fondo bastare.
Che quegli occhi si siano posati su di noi per caso, o che invece ci abbiano scelto tra tanti.

Ci saranno circostanze che la vita ci porrà dinanzi come fosse un conto da pagare che non avevamo previsto arrivasse al nostro tavolo. 
Saremo noi anche in quel caso a scegliere.
Se sentirci schiavi di una circostanza indesiderata.
O liberi al pensiero di avere presto noi il nostro conto da servire.

Perché in fondo é la vita, dicono.
Un susseguirsi di circostanze, favorevoli o avverse, in cui ciascuno svolge il proprio ruolo ma a noi spetta quello più importante: crederci.
E così impareremo ad afferrare gli eventi senza soccombere all'idea che talvolta questi ci vogliano prede.
Che non finisce mai niente, senza che ricominci qualcosa.
L'importante é avere occhi per guardare anche quello che credevamo troppo distante.
Perché non accadrà ciò che avevamo pianificato.
Accadrà qualcosa che non avevamo previsto, forse.
Costruiremo però tutto quello che avremo avuto la premura di scegliere. 


E ad ogni mattone attribuiremo un valore, pari al coraggio che abbiamo avuto nel non fermarci, solo perché non abbiamo avuto paura di perdere.

martedì 6 dicembre 2016

Quella porzione di mondo

Qualcuno una volta mi ha detto che il mondo è come ce lo si mette in testa.
Ed io pensavo ad una prateria di cui non si scorge il confine, al punto da poter correre senza mai sentire la fatica.
Ad un prato fiorito, così da poter ammirare gli alberi in fiore e cogliere quelli che più catturino la nostra attenzione. I più belli, i più profumati. A piene mani.
Pensavo a qualcosa che non si riducesse ad uno sterile binomio.
Bianco o nero.
Tondo o quadrato.
Dentro o fuori.
Pensavo ad un mondo in cui ogni sfumatura potesse giocare il proprio ruolo.
In cui ciascuna intrecciandosi con altre potesse contribuire a farci girare, tra l'una e l'altra.
Pensavo ad un mondo colorato.
Ad un mondo appassionato.
Ad un mondo cui guardare come si guarda un cielo stellato in attesa di una stella cometa.
Ad uno in cui si è in grado di creare.
Anche le forme d'amore più disparate.
Per tenerle per sé, come per insegnarle ad altri cui avremmo deciso di donare il nostro pezzo di mondo.

Ma qualcuno una volta mi ha anche detto che non puoi salvare chi non vuole essere salvato.
Così ho capito che per una qualche strana ragione, sebbene il mondo è forse come ce lo si mette in testa, non è detto che tutti tendano verso le medesime scelte.
Non tutti vorranno correre su di una distesa prateria.
Non tutti avranno gli occhi per ammirare alberi in fiore.
Non tutti avranno l'accortezza nello sciogliere fiori, i più belli, i più profumati, e di coglierli a piene mani per annusarne il profumo.
Non tutti cederanno all'intreccio delle sfumature.
Nè guarderanno i colori come fosse l'attesa di una stella cometa.
Non tutti vorranno imparare.
A creare forme d'amore, come a riceverle.
Non tutti saranno coscienti dell'esistenza di queste porzioni di mondo, in cui non esisteranno metodi, schemi o regole che seguiranno una logica di merito.

Esisteranno loro che avranno avuto la fortuna di incontrare qualcuno disposto a concederglielo.
E noi, con il privilegio di custodirlo. 

Ma nonostante tutto, saremo noi i più forti.
Anche quando ne usciremo a brandelli.
Anche quando ci sentiremo fragili come schegge di vetro.
Anche allora, saremo quelli forti con la sola pretesa di insegnare loro le sfaccettature di un mondo inesplorato pur non volendo nulla in cambio, ma per quella bizzarra attitudine atta a voler proiettare all'esterno tutta la bellezza di quel mondo, a cercarla o crearla anche in chi ci circonda. Perché in fondo a se stessi ci si basta.

E così avremo imparato che la vita, in fondo, è una scommessa. 
Si può vincere quando credevamo non vi fossero possibilità.
Si può perdere, anche quando credevamo di avere la mano giusta.
Ma solo se si gioca.
Che ci saranno seconde possibilità, forse.
Ma solo se si ha il fiuto di coglierle.
Chi non lo fa, perde sempre, tutto.

Così avremo capito che quell'adrenalina non è per tutti. Solo per i coraggiosi, per quelli che un giorno sperano di uscirne vincenti.

E sarà naturale scegliere chi far entrare e chi escludere da quella porzione di mondo che qualcuno, forse dall'alto, ci ha offerto come un dono prezioso che si avrà sempre il privilegio di custodire.

Insieme a lui, non si perde mai.

venerdì 22 luglio 2016

Tutto quello che pensiamo non sia

Non so quando sia accaduto che abbia messo un punto fermo alla mia vita, senza riuscire a voltarmi,  a guardare oltre.
Sarebbe stato tutto più semplice, perchè mi sarei imposta di non sentire più nulla.
Né la fatica nel ricominciare, 
 l’entusiasmo di non smettere mai.
I profumi della primavera.
Il caldo tiepido delle giornate di mezz’estate.
Il rumore della pioggia.
E quello dei miei passi su di una distesa di foglie ingiallite.

Poi ho cominciato ad interrogarmi su quanto grande possa essere un nodo. Quanto stretto al punto da resistere per una vita intera. Quanto congeniale al punto da averne uno in ogni parte del corpo per trattenere tutto , per non sentire più niente. Né il battito cardiaco né il suono del tuo respiro.
Ed è stato allora che l’ho capito.

Che stavo riempiendo la mia vita di cose che non volevo, trascurandone altre.
Che stavo lasciando andare cose di cui avrei voluto riempire la mia vita al punto da farla scoppiare.
Cose che forse non mi sarebbero mai appartenute. Cose per cui ho deciso di tacere per paura di possedere. O cose per cui ho deciso di raccontarmi un’altra storia che potesse avere un inizio ed una fine pur perdendomi nel mezzo, senza alcuna ragionevole giustificazione che non fosse quella del lasciarsi andare alle cose belle.
Ma le voglio e le ho volute tutte. Quelle che non potrò avere, quelle che ho lasciato stramazzate sull’asfalto, ed anche quelle che forse non avrò.

Allora non so cosa sia l’amore.
Se guardarsi negli occhi e capirsi al primo battito di ciglia.
Se parlarne come fosse qualcosa che possa essere razionalmente spiegato mentre ci si perde l’uno nello sguardo dell’altro.
Se un bisogno, naturale, di sapere che c’è qualcuno accanto a te.
Se un volersi e non dirselo mai abbastanza.
Se sentire nello stomaco che sia lui o lei la persona che non stavamo cercando, ma che abbiamo trovato così, strada facendo, come una margherita in un campo di girasoli in una giornata di solleone.
Se sia come burro su marmellata.
O come una simbiosi che genera fuochi d’artificio. Dentro e fuori.

Qualsiasi sia la forma che gli si possa attribuire, gli opposti si attrarranno ma saranno i simili a restare insieme. 
Se riusciranno a riconoscersi.
Saranno quelli che si cercheranno anche quando si racconteranno di non volerlo.
E non so bene quali siano gli antidoti per creare tutto questo, ma ne conosco pochi che forse d'ora in poi riuscirò a farmi bastare.
Gli occhi.
Il sorriso.
Le parole, che non dovranno mai bastare.
Quella voce, dentro, che ti dice “lascia che sia”.
Sentirsi.
E sarà questo, forse, mentre ci affatichiamo pensando possa essere fatto d’altro.
Sarà forse tutto quello che pensiamo non sia.
E viviamo, spesso, tutto quello che non è e che non sarà mai.


domenica 17 luglio 2016

Io non ho paura

Ho fatto un gioco con la mia vita.
Le ho chiesto se io fossi abbastanza per lei.
Mi ha detto che non ero abbastanza.
Abbastanza onesta con me stessa.
Abbastanza sicura di me stessa.
Abbastanza audace nelle mie scelte.
Abbastanza serena da poter decidere da che parte remare.
Lei mi ha rivolto la stessa domanda.
Credevo di poterle rispondere a tono, dicendole che in fondo si stava sbagliando.
Invece ho capito che lei aveva ragione, e l'aveva sempre avuta.
Tutte le volte che ho avuto paura di scegliere, lei era lì a conservare il conto e a gettarmelo in faccia al primo momento utile.
Quando sarei stata pronta a non aver paura di leggerlo e a pagarlo. Tutto insieme.
Così ho capito quanto bene potessimo stare. Io e la mia vita.
Se solo l'avessimo saputo prima. Se solo ci fossimo interrogate più spesso. Se avessimo interpretato tutti i dettagli come segni del destino. Se solo non avessimo avuto timore di accoccolarci, l'una nelle braccia dell'altra, per capire che se non ci si ama abbastanza si riesce ad amare poco anche tutto il resto.
E se la paura é un sentimento che appartiene ai deboli, a chi non è in grado di scegliere, a chi non si ama fino in fondo, io scelgo di essere forte per amare ogni singola parte di me.
Perché io non ho paura.
Di scoprirmi donna.
Di sapere di essere forte.
Di conoscere tutte le mie debolezze ed attaccarmele al petto per non aver timore di affrontarle.
Di riconoscere chi sono riflettendomi nello sguardo di qualcun altro.
Io non ho paura.
Di sconfiggere quel male che come un cancro ti priva di sprigionare energia vitale.
Quello che ti priva del tuo essere donna, del riconoscerti forte, ma anche debole. Di conoscerti, in ogni tua sfumatura.
Io non ho paura.
Di ricominciare da un nuovo punto di partenza che abbia come prerogativa la consapevolezza che nella vita si sceglie. 
Questo é l'unico modo che conosco per assumere consapevolezza che possiamo scacciare via ciò che non ci è mai appartenuto fino in fondo, senza per questo sentirci colpevoli.
È l'unico modo che conosco per provare a riempire la propria vita di occhi in cui riusciremo invece a riconoscerci.
É l'unico modo per liberarci del superfluo e seguire la via dell'autenticità.
Quella che ci vede di fronte ad uno specchio in cui saremo in grado di riconoscerci.
Pieni di ferite, ma ancora lì a tifare per noi.
E capiremo che scegliamo ogni cosa. 
Così avremo anche scelto di essere felici.