venerdì 12 dicembre 2025

Non avere più paura

 L’ultima volta che ho visto mia nonna mi ha dato un barattolo di marmellata.

Dove sono nata e cresciuta offrire del cibo non è un gesto qualunque: lo si fa con i propri cari per ricordare loro che li vogliamo bene. È un gesto silenzioso che rende qualsiasi altra frase ingombrante.

Solo lei forse sa quanto mi sia costato aprirlo, per paura di doverlo finire tutto nel giro di poco tempo. 

Quel barattolo pieno mi è sempre servito per aprire il frigorifero e vedere che era ancora lì, intatto. Come se volessi trattenerla nel sapore di una confettura di fichi senza mai assaporarla, per timore che un giorno, con l’ultimo cucchiaio, avrei dovuto lasciarla andare sul serio.

Credo che questo abbia a che fare con la mia paura verso le cose che finiscono: cose e persone, esperienze e momenti di vita, amori e amicizie. Quest’anno, a tratti, ho avvertito questa paura come fosse un gatto che d’un tratto ti sale sul letto mentre stai dormendo e, nel buio, non lo vedi: ne senti solo la presenza, perché ti cammina addosso come un equilibrista.

Sono stati molti i momenti di silenzio. Ed è in quelli che ho capito qualcosa di importante: il modo in cui gli oggetti diventano contenitori di presenza, di memoria, di ciò che non vogliamo lasciar andare. E il modo in cui le paure spesso arrivano prima degli eventi, vivendo dentro di noi molto più a lungo di quanto sarebbe necessario.

Per molte cose, la parola fine l’avevo già scritta da tempo, ma avevo paura di leggerla a voce alta: temevo che così la fine sarebbe diventata reale, e che non avrei più potuto scappare.

Eppure mi sono sentita meglio quando, mettendo un punto, ho capito che non devo avere paura delle fini, perché anche quando ci sembreranno lontani, ci saranno sempre nuovi inizi. E che quando lasciamo andare qualcuno o qualcosa che conta, ci sarà sempre una parte di loro dentro di noi, dentro ciò che facciamo e perfino in ciò che pensiamo senza pensarci davvero.

È così che ho capito che l’immagine di mia nonna è diventata più grande di quel gesto: è la forza che mi accompagna, che mi ha insegnato un modo di amare che non trattiene, ma che lascia dentro.

Ed è per questo che alla fine ho aperto il barattolo di marmellata: per mettere un ultimo punto. Per dirle che ce l’ho fatta a non avere più paura: dei punti e a capo, delle fini, e degli addii silenziosi.

domenica 17 novembre 2024

La vigilia delle vigilie

Se non ci si svuota, non si riesce ad accogliere. 

Da settimane ripeto spesso questa frase, tentando di cucirmela addosso e di rileggerla, su quella stessa pelle che di volta in volta si rinnova. Così, quando sembra che stia sparendo, ci passo sopra un pennarello, per evitare che scompaia del tutto, come se fossi capace di comprendere solo dopo aver traforato la pelle come fosse tela, solo dopo essermi macchiata con l´inchiostro come se fossi carta. Eppure, pensavo, le cose, i gesti, le persone, le parole più significative ti attraversano, a passo lento, come una leggera brezza che mentre colpisce, ti accarezza, e ti lascia un senso di calore tutto d´un tratto. Ci riescono anche nel disordine, a patto che non ci sia tu a depositare nel frattempo oggetti alla rinfusa per ostruirne il passaggio. Cucire e ricalcare spesso lo fanno: ti ricordano tutto quello che dovresti fare mentre non sai ancora da dove cominciare.

Se non ci si svuota, non si riesce ad accogliere. 

Lo pensavo, l´altro giorno, mentre rovistavo tra pacchi che per tanto tempo ho lasciato chiusi, perché convinta che custodissero dei ricordi che non avrei mai voluto gettar via. Quando li ho aperti, mi sono resa conto che la maggior parte di quelle cose non facevano più parte della mia vita da tanto tempo. Ho gettato ogni cosa. Avrei voluto farlo anche con il mio corpo: come fosse un bicchiere che rovesci maldestramente sul tavolo, pieno a metà, senza attendere che trabocchi. Ho guardato le scatole dopo averle svuotate del superfluo, ho aperto la finestra, ho lasciato che un sole tiepido di novembre mi accarezzasse le gote e un fresco venticello mi solleticasse la pelle scoperta. Mi sono sentita come quella scatola che stavo poco a poco svuotando: mi riappropriavo di spazi di cui, per pigrizia, per tanto tempo avevo fatto a meno. 

Se non ci si svuota, non si riesce ad accogliere.

Per me si tratta della "vigilia delle vigilie", quella che prepara ad una sfida, con me stessa, in cui vincere contro la paura di respirare a pieni polmoni per farvi entrare aria nuova, e contro il bisogno di portare con me pesi innecessari. È, tra tutte, la vigilia che più ho atteso: svuotarmi per accogliere, in primis me stessa. La prossima partenza è agli sgoccioli, lo zaino è quasi pieno, e io sono quasi pronta: ad abbracciare tutto quello che verrà, a non sentirmi più smarrita quando non ci saranno cose cui aggrapparmi, perché tutte le cose che contano non meritano di essere chiuse in una scatola, cucite su pelle come fosse tela o ricalcate con inchiostro per non dimenticarcene. Ti attraversano, a passo lento, e con leggerezza. Ti colpiscono, ma poi ti accarezzano. Ti infondono un inconsueto calore che sa di tutte quelle cose e persone che restano senza che tu glielo chieda. Sono libere, e scelgono di attraversarti nonostante i tuoi disordini, ma sarai tu a dovergli fare spazio, perché se non ci si svuota, non si riesce ad accogliere. 


giovedì 7 dicembre 2023

Città come persone

Tratto le città come fossero persone. Cerco di capire se posso instaurarvi un rapporto, mi addentro nelle loro contraddizioni, seguendo il flusso naturale degli eventi, senza forzature, per capire se possano diventare il mio porto sicuro quando sento di volerle bene sul serio. Città che diventano quegli amici che puoi chiamare alle quattro di notte perché hai perso le chiavi di casa che poi ritrovi il giorno dopo nella tasca del cappotto, quelli cui raccontare senza reticenze tutte le tue miserie, o quelle persone con cui non si va oltre una chiacchierata leggera sorseggiando un calice di vino. Città come quei colpi di fulmine che durano quanto un gatto in autostrada, come l’amore della vita che s’incontra una volta sola - dicono in una notte d’estate - o come amanti che rivelano di colpo la loro indole tossica. Città che sono una sola cosa o che pian piano divengono anche tutte le altre, nel bene e nel male. A volte ci vuole tempo per scoprire, scoprirsi. Al contempo, vivo spesso le persone come fossero città, anche quando appaiono ostili come dei labirinti da cui si fa fatica ad uscire, sfuggenti, silenziose, a tratti invisibili.

Mi piace conoscere le loro storie fatte di viuzze che sbucano su piazze gremite e di stradoni illuminati da lampioni che creano ombre sui marciapiedi. I loro vicoli ciechi, le panchine poche illuminate, le strade sterrate che si teme di percorrere, i quartieri residenziali dove i bar restano aperti solo fino ad una certa ora, dove vanno a dormire anche i lampioni. Mi piace entrare a contatto con l’intimità dei loro silenzi, sapere che musica ascoltano, che dieta seguono, che libro stanno leggendo, il loro film preferito.

Mi piace trattare le città come persone e viceversa perché è attraverso questo processo di identificazione che si impara ad amarle, o odiarle, o tutte e due le cose.

Mi piace perché è in questo modo che riesco ad abbracciare il cambiamento, raccogliendo boccioli o spazzando via le foglie ingiallite a seconda delle stagioni. Ad ascoltare il rumore delle onde che ti culla con nostalgia verso cose passate, finché un raggio di sole ti riscalda e ti viene voglia di nuotare, o una folata di vento che ti scompiglia i capelli e ti dice di andar via. Mi piace perché ti offre un tempo in cui si impara a dosare, per piacersi, per farci l’amore e imparare ad amarsi anche dopo aver scoperto l’uno i vicoli ciechi dell’altro, e poi te ne offre un altro, in cui si impara a cedere, poi a togliere, a lasciar cadere ogni idealizzazione come cristalli, a lasciar andare, pian piano, e talvolta ogni cosa.

Ho sempre creduto fosse un limite, quello di pensare che una città sia niente altro che le persone che incrociano il tuo cammino, a cui leghi ricordi, piacevoli e non, a cui agganci tutto quello che si è creato, o anche distrutto. E invece forse ho compreso che finché avrò il coraggio di farlo, riuscirò sempre a trarne dei benefici: quello di guardarsi alle spalle al solo scopo di riportare alla memoria il proprio punto di partenza, chi si era e chi si voleva diventare, e guardare avanti, senza rimorsi né rimpianti, con la consapevolezza che in fondo si è dato tutto. Quello di guardare non solo agli stivali sporchi di fango, ma il terreno su cui si è seminato, e all’occorrenza scegliere un percorso alternativo. Quello di utilizzarle come specchi in cui ritrovare il proprio riflesso, a volte invecchiato, altre riscoprendone tratti da bambino. E quello di aver imparato l’arte del restare, solo quando non ci arrechi dolore, nonostante certe maree, perché abbiamo imparato a galleggiare.

Ci sarà sempre una viuzza che porterà in un posto che non si è mai esplorato, si finirà in vicoli ciechi o in quartieri poco illuminati, e poi su strade dal selciato fangoso. L’importante, però, sarà sempre riconoscere la strada per tornare a casa.

Non so precisamente cosa sia questa casa. E non si tratta solo di luoghi, spesso sono persone. O ancora talvolta sono emozioni: la associo ad una mano calda che ti prende il volto, poi si posa sul petto e gradualmente, senza farti male, te lo apre per accarezzare il cuore, per far sì che ci si possa guardare dentro, per recuperare le proprie radici e ripulirle dal superfluo, da tutto ciò che sopra di esse era stato depositato, anche maldestramente, sino a seppellirle.

Per me è questo il sinonimo di casa: ritornare alle origini, a quelle radici che non hanno subito cambiamenti nella loro essenza, ma sono solo diventate più forti per reggere il peso, a quel posto che scegliamo di tenere dentro, la cui porta rimane sempre aperta, anche quando per lunghi periodi avevamo scelto di non suonare il campanello pensando di aver perso le chiavi. E invece poi ce le ritroviamo nella tasca del cappotto. Scrivere, per esempio, è uno di quei luoghi che mi piace chiamare casa.


sabato 12 febbraio 2022

Bisogna avere il coraggio di essere fragili

Ho lasciato che le mie piante ed i miei fiori appassissero.

L’ho fatto di nuovo, solo che questa volta ho deciso di prendermi del tempo prima di rimpiazzarle.

Le posiziono sempre in vari angoli della casa. Alcune su di un mobile accanto alla finestra, per far sí che l’aria fresca e qualche raggio di sole possa tenerle in vita. Le innaffio, non quotidianamente, ma quanto basta, affinché non si dimentichino di avere qualcuno che si prenda cura di loro. 

Oggi le guardavo appassire, e ho pensato che fosse troppo tardi per recuperarle. Non ne avevo voglia, senza avvertire alcun tipo di pentimento. 

E ho pensato anche a quanto tutto questo rappresentasse in pieno come mi sento.

Ho lasciato che le vicissitudini mi assorbissero al punto da pensare di non avere più tempo per me, per scrivere, per inventare, per fare, insomma, tutte quelle cose che mi hanno sempre fatto sentire viva. 

Ho lasciato che certe cose appassissero e ho avuto paura di gettarle via. 

Le ho posizionate altrove, sperando che nascondendole tra i mostri che ognuno si porta dentro, me compresa, si facessero compagnia senza fare troppo rumore, né esigere mai il palcoscenico. 

Ho continuato a prendermene cura, innaffiandole, forse più del dovuto, pensando sempre che a me spettasse questo ruolo di quella che c’è sempre, a qualunque costo, e per chiunque. Quella che davanti a qualcosa o qualcuno che ti svuota, accenna un sorriso di circostanza e va avanti, immaginando che quel vuoto possa colmarsi da solo, o magari, sia solo frutto di decisioni sbagliate, di castelli di sabbia destinati a sgretolarsi, di pensieri che non poggiano su convinzioni reali. 

Ho sempre creduto che fossero le mie piante ad avere bisogno di me.

Mi affannavo pur di non lasciarle morire, per quel senso di responsabilità che mi cucio addosso ogni volta, facendo sí che mi caschi a pennello.

Poi ho letto da qualche parte che bisogna avere il coraggio di essere fragili. 

Mi sono chiesta cosa significasse e se stessi mostrando, a me stessa, di averlo questo coraggio.

Ho pensato che il modo migliore che avessi per dimostrarlo, a me stessa, fosse mettere tutto nero su bianco e lasciarmi andare, come l’acqua che scorre e che anche di fronte ad un ostacolo trova sempre una via alternativa per non arrestare il suo flusso.

Ho scritto meno perché scrivere per me ha sempre significato dare forma alle proprie fragilità.

Dar loro un volto dai tratti angelici, a volte spigolosi. Disegnarne i corpi, associarle ad un profumo, ad una canzone come fosse una preghiera che la mente, da sola, non smette di recitare. Dar loro un nome, come fosse un’etichetta per riconoscerle tra tante.

“Bisogna avere il coraggio di essere fragili,” – l’ho letto e riletto mille volte.

“E non fa niente se diamo a tanti l’illusione del bersaglio facile, se mostriamo quella crepa che gli altri possono allargare,” – il testo continuava. 

Così, tra una pausa e l’altra, ho capito che io questo coraggio ce l’ho, l’ho sempre avuto, non l’ho mai nascosto. Tutto quello che ho fatto è stato semplicemente adattarmi ad un ambiente in cui mostrarsi fragili equivale all’essere deboli, farsi trovare in affanno significa disordine, mostrare una crepa significa diventare un bersaglio facile. 

Invece io ho proprio bisogno di sentirmi fragile.

Di entrare in contatto con tutte le mie debolezze, prenderle per mano e andarci a fare una passeggiata. 

Ho bisogno di mostrare le crepe, tutte quelle che ho, perché me le sono conquistate e mi permettono di essere quella che sono. 

Le crepe sono storie da raccontare, con un finale ancora da scrivere, o a cui si è già messo un punto. Sono un apostrofo, tra una consonante e una vocale, che unisce tasselli che non avrebbero trovato altro modo per proseguire. Mi piacciono per quella loro innata propensione ad unire e lasciare, allo stesso tempo, la libertà di decidere se fare un salto nel vuoto, o salire sul ponte. Mi piacciono perché sono libere, autentiche, senza menzogne, né ambiguità. 

Ho sempre provato una sorta di reticenza nel farmi trovare in disordine, in debito d’ossigeno, in fuorigioco, in ritardo rispetto certi ritmi, lontana dalla gente, dai miei porti sicuri, persa.

La stessa reticenza l’ho trasmessa alle mie piante. Non mi sono mai arresa. 

Però oggi osservarle mi ha fatto capire di quanto fossi io ad avere bisogno di vederle appassire per capire che per quanto la fatica non ci lasci dormire, bisogna accettare che certi ambienti non sono fatti per lasciarci sbocciare. Bisogna comprendere che non tutto ció che accade è a noi destinato, ma che talvolta si tratti di ponti che ci aiutano a traghettarci al versante opposto da quello in cui ci troviamo. 

Comprerò nuove piante, ma questa volta diverse.

Mi prenderò del tempo, per prendermi cura delle mie crepe, non solo di quelle degli altri.

Mi prenderò del tempo per capire a chi destinarle, perché gli unici destinatari meritevoli sono quelli che a vederle non avvertono alcun disagio. Sono quelli che ti prendono per mano, e insieme alle tue crepe, ti portano a vedere il mare. Sono quelli che in questo coraggio vedono forza. Quelli che se sei in affanno, rallentano, insieme a te. Quelli che se sei in disordine, ti invitano a sederti perché a mettere un po’ di ordine ci pensano loro. Quelli per cui non sarai mai un bersaglio facile, ma una conquista inaspettata, perché in quegli occhi si rivedono più umani. 

Tutto il resto non conta. Sono piante destinate ad appassire.

Non c’è bisogno di alcun cenno di pentimento.

Lo sapevano già anche loro. Non le avresti mai salvate da loro stesse.

Possiamo salvare solo noi stessi, ma ci vuole coraggio. Quello di essere fragili. 


martedì 9 novembre 2021

Alle 8:40


Alle 8:40, dal lunedì al venerdì, prendo la mia consueta corsa in metro, sempre di fretta. Fino a poco tempo fa, avevo imparato ad anticiparmi ma lo sapevo già che non sarebbe durata, la calma non è mai stata il mio forte.

L'altro giorno però sono riuscita a perdere anche quella che chiamo "la-corsa-di-emergenza", l'ultima fattibile, quella che parte alle 8:45 e mi porta a destinazione in poco meno di 9 minuti, così da riuscire a cronometrare il passo e arrivare ad aprire la porta dell'ufficio alle 8:59 - con l'acido lattico che fa ancora su e giù all'altezza delle cosce. Dall'uscio di casa a quello dell'ufficio, trascorrono trenta minuti, in cui ciascuno è pianificato con una cura quasi maniacale. In cui qualsiasi intoppo, è gestibile - mi dico - ma meglio che non accada - mi ripeto. È forse l'unico momento della giornata in cui riesco a pianificare qualcosa. 

L'altro giorno, però, non ce l'ho fatta. Mentre scendevo di corsa le scale, sono stata quasi inghiottita da un'orda di persone che in direzione opposta alla mia, non accennavano a scansarsi nemmeno di qualche centimetro. Quelli saranno stati momenti preziosi anche per loro.

Solo che ogni volta, penso sempre di riuscire a destreggiarmi. Trovo un piccolo spazio e mi ci infilo. Li scanso, senza nemmeno a volte sfiorarli, e riesco ad uscirne, tirando un sospiro di sollievo quando le porte scorrevoli si chiudono alle mie spalle, perché arriverò nei tempi giusti. 

Pochi giorni fa, invece, mi sono sentita quasi bloccata nello scegliere da parte andare. Ho fatto fatica a schiacciarmi tra la folla, come se stessi remando in direzione opposta alle onde. Ho decelerato. Ho seguito il ritmo che sentivo, e sono arrivata tardi. Capita. Questa volta però non mi sono sentita in colpa, e mi sono detta che, in fondo, non sono mai stata una pianificatrice esemplare, però potrei imparare a diventarlo a modo mio.

Così mi sono resa conto che quelli che chiamo intoppi, sono la parte più divertente del piano. Perché ti insegnano a trovare soluzioni e a gestire cose o persone che come schegge impazzite occupano uno spazio che avevi considerato fosse libero, ma che invece si trasforma in un ingorgo. Mi sono resa conto di essere piccola quanto basta per destreggiarmi con cura tra la folla, ma anche grande, abbastanza, da prendere quelli che considero i miei tempi e i miei spazi. Il che significa fermarsi, aspettare, decelerare. Ho capito che nessuna corsa ti farà mai arrivare nei tempi giusti, perché sono giusti quelli che senti. Non un minuto prima, né uno successivo. E che spetta a noi decidere quale sia l'ultima corsa. Ne seguirà sempre una, poi un'altra, ed un'altra ancora, su cui poter salire ascoltando i nostri bisogni prima della voce che dall'altoparlante ne annuncia il transito. Con il nostro passo, seguendo i nostri ritmi.
E va bene se le cose saranno diverse da come le avevamo pianificate.
Domani possiamo riprovarci.

Chiudi gli occhi, mia cara, e non aver paura. Andrà tutto bene.


lunedì 21 dicembre 2020

Spezzare

Una persona che stimo, perché sempre sfacciatamente sincera pur mantenendo una postura elegante e garbo nei modi, mi ha detto una volta che spezzare di tanto in tanto fa bene.
Equivale al farsi sentire, a selezionare solo ciò che ci fa sentire appagati, al volersi bene, a non aver timore della solitudine, perché in fondo conservare rami già spezzati non sortirebbe alcun effetto benefico, allora meglio disfarsene. 
Poi, quasi come fosse un rimprovero materno, mi ha chiesto cosa mi porti a non riuscire a spezzare, rompere, tagliare, anche quando qualcun altro ridurrebbe il tutto ad una poltiglia senza forma.
Capire se sia possibile ricucire lo strappo, risanare la ferita, riordinare, rimettere a posto le cose, le ho risposto. 
Concedere seconde possibilità, a me stessa di accogliere nonostante tutto, agli altri di riprovarci, ho pensato senza fiatare.

Sino ad allora se qualcuno vi avesse chiesto di spezzare qualcosa, avrei pensato ad una tavoletta di cioccolato su cui affondare i denti mentre mi convinco che sia un'altra di quelle serate nostalgiche e quindi di meritare qualche coccola in più.

Non ho mai dubitato che questo modo di rimettere insieme le cose, anche quando sarebbe più semplice gettarle tutte al vento, mi togliesse qualcosa. Molte volte mi ha arricchito. 
Tuttavia, solo dopo ho compreso cosa intendesse con il termine spezzare.
Comportarsi non come animali feroci, che schivano con brutalità possibili avversari in vista di una preda da azzannare, ma come esseri umani premurosi, che per amor proprio decidono quando sia opportuno adottare le dovute distanze e con la stessa compostezza quando sia necessario assottigliarle, solo quando ne valga veramente la pena. O il contrario: allungare le distanze quando certe presenze appaiano ingombranti, deleterie, rumorose, come quelle che sovrastano la nostra voce o la accantonano, quelle che non apportano alcun contributo positivo e che nonostante appaiano lì in realtà non ci sono, perché sono come luci di un interruttore danneggiato che a poco a poco ci spengono. 

Così ho capito che il termine spezzare può avere una serie di accezioni positive.
Significa prendere parola, posto, spazio, ciò di cui si ha bisogno.
Significa innaffiare nuovi semi per far crescere nuovi germogli.
Significa sbarazzarsi del superfluo, di ciò che è rotto e non può più essere riparato.
Significa ripulire, piantare, fiorire, amare e amarsi, ogni giorno con la stessa costanza.
Significa non aver paura di ferire perché si concede alla nostra voce la giusta importanza.
Significa non temere di restare soli, perché non lo saremo mai solo quando selezioneremo con cura il terreno da innaffiare. In tutti gli altri casi, lo saremo già stati pur non accorgendocene. 
Non significa che cresceranno nuove rose lì dove sono appassite, ma equivale a provarci.

Mi piace la parola spezzare, perché sembra racchiudi un suono assordante e invece poi tanto rumore non fa. È lieve, come un petalo che cade da una margherita, ma deciso, come gocce di pioggia sui vetri.
Mi piace perché lascia presagire qualcosa di violento e inaspettato, come un temporale estivo, e invece poi nel suo corso si calma, lasciando spazio a tutto quello che altrimenti non avremmo mai visto.
Mi piace perché è in grado di essere brutale nella forma, ma dolce nella sostanza.
Mi piace perché significa, in fondo, prendersi cura di se stessi.
Per questo alla fine l'ho promesso, che di tanto in tanto avrei spezzato, il che non significa distruggere o chiudere porte in faccia, al contrario equivale a mettere a posto le cose, lì dove sarebbero dovute restare sin dal principio.
È questo il mio proposito per il nuovo anno: trovare il coraggio di spezzare e la costanza di ricostruire ogni volta. E che non sia solo cioccolato.


sabato 14 novembre 2020

Gettarsi nel mondo

Ci sono delle date che ho scelto di cucirmi addosso, altre che di tanto in tanto chiedono solo di essere ricordate. Alcune bussano alla mia porta con fare delicato, altre con pugni decisi e costanti. A volte alcune somigliano al trillo di un campanello, altre ancora al suono sordo e distante di una campana di una chiesa in un piccolo paesino nascosto tra le montagne. Tutte, o quasi, hanno a che fare con una partenza. Che questa sia verso una destinazione in concreto o figurata, è sempre paragonabile ad un tuffo da un trampolino senza prendere alcuna rincorsa, un’immersione subacquea senza attrezzature complicate, una lunga passeggiata in infradito. Mi ricordano come fosse gettarsi nel mondo, sempre col mio solito fare goffo, a volte frenetico, ma che mi permetteva di assaporare ogni cosa, di annusare i profumi e le puzze nauseabonde, di toccare il fondo per poi risalire.

Ed è con questo spirito che tutte le volte mi sono tuffata: senza prendere precauzioni né misure, senza mai porre distanze. Provavo quasi un senso di inadeguatezza nel farlo. Conoscevo un solo modo di cadere e soltanto uno per rialzarmi. L’improvvisa caduta su una strada appena asfaltata era necessaria per tagliare il traguardo. 

Tuttavia, oggi, riguardando vecchie fotografie a cui inevitabilmente si associano date e quindi ricordi, mi sono accorta che il mio modo di gettarmi nel mondo non è mai cambiato, ma solo quello in cui ne sono uscita ogni volta. Ho sempre continuato a non prendere rincorse prima di tuffarmi da un trampolino, a non portare con me bombole a sufficienza per un’immersione subacquea e nemmeno delle calzature adeguate per passeggiare a lungo. Credo lo abbia fatto sempre di proposito, perché forse sapevo che ce l’avrei fatta comunque. Via via però si è trasformata l’uscita, come fosse una porta d’emergenza la cui insegna continuava a lampeggiare insistentemente, di un colore rosso che via via si faceva sempre più acceso solo perché la porta diventava ogni volta più vicina e più grande. Avevo maggior resistenza a nuotare sott’acqua, a godere delle bellezze marine così come della vista di un paesaggio ad alta quota. Ognuna di queste azioni, pian piano, è durata sempre meno. E talvolta le porte d’emergenza le ho costruite io stessa. 

Oggi ho pensato a tutte quelle porte d’emergenza che avrei potuto evitare di aprire, ma per la prima volta anche a tutti quei tuffi che avrei potuto non fare. E la verità mi ha stupito: mi sono risparmiata parecchi salti solo quando qualcuno con prepotenza mi implorava di non farlo, sono uscita non per insufficienza di attrezzature ma perché trovavo già la porta aperta e mi ci infilavo.

È forse per questo che adesso mi sento a metà, come se in questo mondo, che oggi ha mutato in abitudini e fattezze, non riuscissi a gettarmi per il timore di non poter risalire. Quelle volte che ci ho provato, ho portato con me tutte le precauzioni, anche quelle non indispensabili. Sono riemersa in superficie per tutta quella pesantezza che mi portavo addosso, ma mai per volontà.

Però forse le date che realmente meritano di essere incise sui nostri corpi, affinché le si possa tenere a mente come fossero una routine giornaliera, sono quelle in cui abbiamo scelto di fregarcene. Della ricorsa prima di un tuffo, di portare con noi bombole d’ossigeno a sufficienza prima di un’immersione o scarpe più comode per una lunga passeggiata, come di quanto fosse fastidioso il lampeggiare insistente dell’insegna al neon della porta d’emergenza progettata proprio per svignarcela. Di qualsiasi cosa o persona ci impedisca di tuffarci o ci apra la porta bruscamente. Sono queste le date importanti, perché ci insegnano che dobbiamo essere noi a scegliere quando gettarci così come risalire. Che non possiamo mai recriminarci di non aver preso misure e distanze, perché l’unico modo di conoscere è spremere la vita fino all’ultimo. Che non possiamo recriminarci nemmeno di non avere seguito tutte le precauzioni necessarie, perché dovremmo pensare a sganciarcene strada facendo. Sono queste le date importanti perché ci ricordano di cosa siamo capaci. E la misura di ogni uomo o donna su questa Terra è sempre la stessa: quanto amore siamo disposti a donare, in ogni forma, a noi stessi, agli altri, a questa vita. 

Per questo è importante fregarsene, come fosse una sfida con il mondo il cui unico modo per vincerla è non aver paura di non avere o essere abbastanza. La vita mette e toglie quando occorre, non quando faccia più o meno male, sta a noi decidere di non smettere mai.


martedì 6 ottobre 2020

Come un telo da mare

Con l’arrivo dell’autunno ho messo via un po’ di cose. Ho lavato in lavatrice il telo da mare, l’ho piegato e conservato al suo solito posto. Lo riprenderò il prossimo anno, quando correndo a piedi nudi sulla sabbia in pantaloncini e canotta sarò pronta per lasciarmi dondolare dalle onde del mare e riscaldare dai raggi di sole, ancora una volta.

Ogni cosa gode dei suoi tempi.

Sa già dove e quando deve essere conservata.

Come tante altre, sanno già che prima o poi dovranno essere gettate via.

Non sono brava a disfarmi delle cose, mi ripeto spesso che molte potrebbero tornarmi utili, prima o poi. Ma questa volta ho deciso di conservare solo il telo da mare e tutto quello che gli rassomiglia, ovvero tutto ciò che basta semplicemente scuotere dopo l’utilizzo per rimuovere ogni granello di sabbia che potrebbe appiccicarsi alla schiena la volta dopo.

Ho pensato di conservare cose così, quelle che richiedono cura ed energia, ma mai in eccesso, rispettando i miei spazi ed i miei tempi. 

Ho deciso di fare lo stesso con le persone, tenendo per mano solo chi, con uno sguardo attento e mai una parola di troppo, ha la capacità di trasformare la pioggia battente in arcobaleno, una brutta giornata in un’altra più serena, un terreno arido in uno in cui si possa concimare ed aspettare la bella stagione per la raccolta.

Seguendo questo principio, sono tante le cose da gettar via, più di quelle che immaginassi.

Come le pillole per dormire che adesso non mi servono più, perché ho imparato a respirare lentamente, a non correre, a non aspettarmi nulla da un futuro di per sé incerto, ma a fare un passo alla volta e a seminare, con pazienza, ciò che un giorno mi piacerebbe raccogliere, senza ansia da prestazione.

Ho fatto lo stesso con qualche ricordo diventato troppo ingombrante.

Anniversari che al solo pensiero ti fanno star male.

Fogli di carta su cui un tempo scrivevi delle cose che basta rileggere per capire che adesso sei cambiata rispetto a qualche tempo fa.

Con le persone ho deciso di fare più o meno lo stesso.

Ho scelto di allontanare quelle che non sanno respirare lentamente prima di rivolgerti parola.

Quelle che aspettano già al traguardo, ma a correre o passeggiare insieme a me non ci hanno mai minimamente pensato. 

Quelle che non sono in grado di prendersi cura del proprio terreno e quindi nemmeno dell’altro, perché da quella terra non spunterà alcun bocciolo. 

Quelli ingombranti, che ti rendono la vita un luna park senza alcun divertimento ma solo capriole e luci al neon che dopo un po’ ti danno la nausea.

Quelli che non lasciano che tu cresca, mettendo in luce la parte migliore di te, ma solo quella che non vorresti mai essere.

Mi piacciono le cose come le persone che come un telo da mare porti con te al braccio fino alla spiaggia, e che pur sgualcendosi nel corso della giornata, saranno sempre quelle di cui non potrai fare a meno.

Quelle a cui basterà una scossa o una folata di vento per ripulirle.

Quelle che ti ricordano il mare e lasciano che tu sia esattamente come lui, infinito.

Mi preparo ad un autunno diverso rispetto a quello dello scorso anno, fatto di alberi spogli da rivestire e foglie secche tutte da colorare, di volti opachi da allontanare, di esperienze da imballare in scatoloni che non dovranno essere più riaperti, di anime spente cui comunicare che il tuo lavoro è terminato per poterti prendere cura di te stessa e della tua luce che non dovrà spegnersi mai, a qualsiasi condizione.

Così mi godrò l’autunno senza aspettare l’inverno e l’inverno senza aspettare il profumo dei fiori freschi di primavera. E godrò questi ultimi senza fremere per l’arrivo di una nuova estate.

Ho già soltanto una certezza sino ad allora: che con le infradito malconce, in pantaloncini e canottiera, correrò sino a raggiungere il bagnasciuga. Una volta lì, scuoterò il telo e mi metterò a respirare, lentamente, come sto imparando a fare.

sabato 4 aprile 2020

Racconto breve: Scarpe strette

Atterrai a Dublino nel tardo pomeriggio di una domenica di fine estate. Mi affrettai per andare a recuperare il bagaglio e mi misi in coda per l’autobus, che in poco più di tre ore mi avrebbe condotto a Cork, una piccola cittadina al Sud dell’Irlanda. Il cielo era di un grigio cadetto e la pioggia così sottile da non bagnare nemmeno l’asfalto.  Occupai uno dei primi sedili, accanto ad una donna dalla corporatura robusta che si rannicchiò sul suo fianco destro per tutta la durata del viaggio, costringendomi a appoggiare la testa sul vetro del finestrino alla mia sinistra. 

Ho sempre amato la pioggia, il suo profumo e quell’inconsueta quiete che ne sussegue. Sin da bambina mi piaceva guardare come scorrevano velocemente gli schizzi di pioggia sui vetri delle finestre, immaginando fossero degli spermatozoi che passavano da una parte all’altra del fermavetro. Di questa mia fervida fantasia non ne avevo mai parlato a nessuno. Avrebbero pensato tutti che fosse una delle mie tante stranezze, anche se poi quell’etichetta me la cucirono addosso quasi tutti anche senza sapere delle mie bizzarre fantasie, quando una volta conseguito il diploma decisi di dare un taglio a quella che sino ad allora era stata la mia vita.

“Allora non ti iscrivi all’università?” mi chiedeva insistentemente Daniela, la mia storica compagna di banco delle superiori, a cui ho sempre passato tutti i compiti di inglese e matematica, le uniche due materie in cui ero sempre stata molto più ferrata degli altri.
“No, preferisco fare quest’esperienza all’estero. Magari apprendo l’inglese sul serio, mi trovo un lavoro. Preferisco guadagnare qualcosa”.
Era questa la risposta che avevo dato a tutti, pur percependo in ogni sguardo in cui mi imbattevo un velo di incredulità. Preferivo non farci caso, in fondo non avevo altra scelta.

Non sono cresciuta in una famiglia abbiente. Quando avevo dodici anni la gelateria che aveva preso in gestione mio padre fallì, così mia madre si ritrovò con uno stipendio da segretaria di poco più di mille euro al mese a prendersi cura di me, mio fratello e mia sorella, e a curare la depressione di mio padre.
“Però pigli troppi caffè e fumi assai Stefano”, mia madre rivolgendosi a mio padre.
“E c’aggia fa’ Rosà?”
“Vai a dare un poco d’acqua alle piante e porta fuori i cani”.

All’inizio pensavo che mia madre lo sgridasse. Forse, per non essersi preso cura abbastanza della sua famiglia. Poi capii che quello che sembrava fosse un ordine era l’unico modo che conosceva per spronarlo a non lasciarsi andare. Capii che spesso mia madre utilizzava quei modi bruschi per insegnare a me e ai miei fratelli ad essere responsabili. Intanto lei aveva imparato a gestire l’imbarazzo magistralmente. Come quando mia zia veniva a portarci la spesa e buste piene di vestiti che le mie cugine non indossavano più.

“Marì e mò tutta sta roba dove la metto?” mia madre, rivolgendosi a mia zia con tono di rimprovero.

“E te li conservi per quando cresce”.

“Vieni qua Claudia, misura qualcosa”.

Anche se le scarpe mi stavano strette o le maglie troppo larghe, mia madre era sempre in grado di trovare una soluzione.

“Questo vestito ti sta bene Claudia, poi mamma te lo stringe un poco.”

“Guarda qua pure sta felpa, quest’anno ti rimbocchi le maniche, per l’anno prossimo ti andrà giusta”.

Quando anche mia madre venne licenziata qualche anno più tardi, capii che avrei dovuto mettere in pratica tutto quello che mi aveva insegnato e che sarei stata io stavolta a trovare una soluzione.

Comunicai ai miei l’intenzione di andar via per un po’. Acquistare un biglietto di sola andata rappresentava un’arma a doppio taglio dietro cui si celava un po’ di sano egoismo che mi avrebbe consentito di riaproppriarmi di quello che mi era sempre mancato e conquistare la mia indipendenza, così come un innato altruismo nei confronti dei miei genitori per ripagarli di tutti i loro sacrifici.

“Ma tu si piccerell, arò vaje?” mi disse mia madre.

“Mà ho diciannove anni. Mi trovo un lavoro, là pagano bene, vi mando qualcosa”.

“No figlia mia. Lascia stare”.

“Rosà, lassà sta tu. Se vuole andare, va buon accussì”, la interruppe mio padre, il quale sembrò non batter ciglio di fronte alla mia decisione.

Così mia madre mi aiutò a preparare le valigie, lasciando spazio in ogni angolo per qualche pacco di pasta e di caffé.

“Portati pure questo piumone.”

“Mà dove lo metto? Non c’è spazio. Poi me lo compro, non ti preoccupare”.

“Claudia là fa freddo. Te lo faccio entrare io, aspetta”.

In un modo o nell’altro, mia madre trovava sempre una soluzione. Così riuscii a portare con me anche il piumone.

“E mò quando torni?” mi chiese prima di salutarmi in aeroporto.

“Mà non lo so”.
Girai le spalle senza voltarmi. Non volevo vederla piangere. L’ho sempre fatto, tutte le volte che tornavo, perché col tempo ho capito che forse una madre non si abitua mai a vedere andar via un proprio figlio.

Venni assunta da Amazon e riuscii a mettere un bel po’ di soldi da parte, oltre ad inviare ogni mese una cospicua somma ai miei, il che mi fece credere per un bel po’ che avessi finalmente costruito una vita, la mia, degna di essere vissuta. Ogni cosa che profuma di libertà ha il suo prezzo da pagare, e credevo che quello fosse il mio: poco più di cinquecento euro al mese.

“Grazie Claudia, poi ti mando un pacco a fine mese”.

“No, mamma, non mi serve niente”.

“Come non ti serve niente? Non ti preoccupare, ho cominciato a pulire la casa della signora Carmela, quella che abita di fronte. Ha detto che ha altre signore da presentarmi”.

“Mi fa piacere”.

“Ascolta che ti serve?”

“Mà te l’ho detto, non mi serve niente”.

“Io ho due frullatori, uno te lo mando, può sempre servire. Poi ascolta, ti mando pure le tende così le metti nella tua stanza”.

“Le tende? Non ti preoccupare, non mi spedire niente”.

“Allora quando vieni te le porti in valigia. A proposito, quando torni?”

Le telefonate tra me e mia madre si concludevano sempre con la stessa domanda cui io davo quasi sempre la stessa risposta: “Presto mamma”, anche se talvolta voleva dire il prossimo mese, altre volte entro sei.

Prima di partire mi documentai su Cork, la città natia di un professore con cui avevo seguito un corso d’inglese ai tempi delle superiori. Decisi di trasferirmi in quella cittadina di poco più di 120.000 abitanti spinta dai suoi racconti sulla bellezza incontaminata dei suoi paesaggi. Poco dopo però mi resi conto che non aveva molto da offrire ai giovani della mia età, a parte lavori strapagati rispetto a quello cui ero abituata.

Durante quei tre anni in Irlanda mi sono fatta degli amici, ma mi sono anche abituata a vederli andar via. All’inizio cadevo in un profondo sconforto, poi col tempo ho imparato a lasciarli andare, mantenendo solo i ricordi. Nessuno voleva rimanere lì per sempre e man mano questa divenne una certezza anche per me.

Oggi sono su un altro autobus, quello che dall’aeroporto El Prat di Barcellona mi fermerà a Plaça Cataluñya, il punto di partenza da cui le mie scarpe, questa volta della mia misura, cominceranno a calpestare un asfalto diverso, come quello di viuzze strette che portano al mare. Come mi mancava, il mare. Non potrò di certo spedire ai miei conchiglie, pensai. Troverò un lavoretto e continuerò ad aiutarli, come potrò, la fortuna aiuta gli audaci, diceva sempre mia madre. Nel mio bagaglio avevo imparato a farci entrare tutto, proprio come faceva lei, compreso il piumone. Questa volta, però, i sensi di colpa li avevo lasciati dietro le spalle di quella ragazzina ingenua che indossava scarpe strette e che rimboccava le maniche alla felpa, perché tanto l’anno successivo le sarebbe calzata a pennello.

Quel tempo mi servii per apprendere una lezione che altrimenti mi sarebbe stata sconosciuta: che la libertà ha spesso il sapore di cose semplici ed il suono di quelle che avevamo rimosso dalla nostra mente, come il rumore delle onde del mare. Che quando pensavamo di possedere le chiavi per inseguire la nostra libertà, stavamo invece aprendo la porta di quella che sarebbe stata la nostra prigione. E che nessuno si salva da solo, ma chiunque ha il diritto di salvare dapprima se stesso.

giovedì 19 marzo 2020

Essere umani ai tempi del COVID-19

In queste settimane di quarantena forzata abbiamo trovato più tempo per noi stessi e al contempo anche per gli altri. In poche parole, credo che in circostanze a dir poco surreali, stiamo allo stesso tempo gettando le basi per la creazione di un mondo ideale, a patto che, quando tutto questo sarà finito, saremo in grado di ricordarcelo e mantenerlo intatto.

Abbiamo ricominciato tutto quello che avevamo lasciato in sospeso, stiamo dedicando del tempo a tutto quello che avremmo sempre voluto fare ma che abbiamo rimandato non solo per mancanza di tempo, forse più di costanza.

Avvertiamo la necessità di metterci in contatto più spesso con i nostri cari, anche solo per sapere se hanno fatto un colpo di tosse nelle ultime 12 ore.

Sentiamo il bisogno di metterci in contatto anche con chi avevamo dimenticato, o con chi speravamo di cancellare dalle nostre vite. 

Colmiamo distanze con tante parole, al solo scopo di sentirci presenti seppure da lontano e di avvertire la vicinanza dell’altro. 

Ci auguriamo di abbracciarci e baciarci presto, più forte di quanto facessimo fino a qualche settimana fa. 

Sentiamo il bisogno di organizzare raduni telematici, perché abbiamo scoperto l’importanza dello stare insieme anche senza toccarci, guardandoci negli occhi sebbene ci sia uno schermo a separarci. 

Credo avessimo bisogno di tutto questo, quasi come fosse una lezione di vita per l’intera umanità che recita più o meno così: non dobbiamo aspettare che ci vengano negate le nostre libertà per dedicare del tempo a noi stessi e a chi amiamo, anche di nascosto, perché  se è vero che talvolta il tempo aiuta a curare ogni ferita e allontana, altre volte riconcilia.

Non possiamo rimandare, perché ci sarà sempre tempo a sufficienza per porre le basi per inventare e costruire, per essere chi, un tempo, avevamo scelto di diventare.

Non dobbiamo aspettare che accadano circostanze fortuite per ricordarci quanto ci amiamo, quanto abbiamo bisogno l’uno dell’altro, quanto ci sta a cuore chi lì dentro, in fondo, ha sempre albergato.

Non dobbiamo aspettare di essere distanti per raccontarci tutto quello che proviamo o che desidereremmo fare, come prenderci per mano e correre sul bagnasciuga sino a cadere con le ginocchia sulla sabbia e ridere di gusto, sino a lacrimare. 

Dobbiamo trovare il coraggio di perdonarci e perdonare, prima che il tempo consumi i nostri sensi di colpa. 

Dobbiamo avere il coraggio di viverla questa vita, non oggi che siamo distanti, ma domani, quando saremo vicini, urlandoci a squarciagola tutto quello che proviamo, stringendoci fino a toglierci il fiato, baciandoci come se non lo avessimo mai fatto prima. 

In fondo sono queste piccole forme d’amore che salvano la vita, la nostra e quella di chi ci è accanto.

Quando tutto questo sarà finito, manteniamolo intatto questo mondo virtuale, fatto di quelle carezze che ora più che mai desidereremmo scambiarci, di tutte quelle parole che non avremmo voluto pronunciare, di tutto quell’amore che non sapevamo forse nemmeno di provare.

Occorre ricordarcelo più spesso. Per sempre. Che ci serva da lezione.

giovedì 21 novembre 2019

Raggi di un tiepido sole autunnale




Oggi ho passeggiato fino alla spiaggia. Sentivo il bisogno di osservare il mare per farmi cullare dalle sue onde, lasciandomi sussurrare qualche frase rassicurante per scrollarmi di dosso il peso di tutte quelle responsabilità e promesse non mantenute, lasciando fare al vento tutto il resto.

Talvolta abbiamo la necessità di vivere momenti questi, come l'immergerci in un qualcosa più grande di noi, di cui non vi si conosce alcun confine, al solo scopo di immedesimarci in un'entità in fondo sconosciuta, rimanendo però alla giusta altezza così da poter essere in grado di risalire e di domare quel naturale timore di perdersi. Forse proprio come si misura la distanza tra la ragione e l'istinto, stando attenti a che l'una non sovrasti l'altra, a che l'altra non si allontani troppo per paura di non poter tornare più indietro.

Poi il mio sguardo è caduto sui raggi di un tiepido sole autunnale, che sembrava sfiorassero le onde del mare in maniera gentile, seppur in modo repentino e disordinato. Il mare brillava, ma lo stesso punto mai per più di qualche secondo.

Così ho lasciato perdere l'abbraccio delle onde così come le parole dolci che avrei voluto sentirmi dire. Ho pensato a quel movimento scomposto, veloce, disordinato, privo di logica e di una struttura ben definita. Ecco, vedi, vanno sempre a finire tutte lì le tue responsabilità, le tue promesse, tutti i tuoi piani, mi sono detta. Eppure, non riuscivo a distoglierne lo sguardo, come se quei raggi accarezzando il mare facessero lo stesso anche con me, lasciando che mi sentissi accolta, al caldo, al sicuro.

Ho sempre creduto che i grandi insegnamenti fossero racchiusi nelle piccole cose. Tuttavia, non ho sempre avuto la pazienza per soffermarmici, sebbene abbia sempre avuto una gran voglia di imparare.
Quindi oggi mi sono concessa del tempo, ho prestato attenzione ai dettagli, e ho scoperto una cosa che pensavo di aver oramai reso parte della mia quotidianità ma che in fondo non lo era ancora del tutto. Ho capito che le mie vite sono sempre iniziate tutte lì: in un groviglio da sciogliere. Tutte quante.

Così in quei raggi di sole ci ho visto tutte le responsabilità che pensavo sarei stata in grado di assumermi e che poi ad un certo punto ho sentito quasi come se non mi appartenessero più. Ho immaginato tutte quelle promesse fatte a me stessa che non ho saputo mantenere quando sono diventata un'altra, pur non cedendo nessuna delle mie parti. Ci ho visto tutti quei piani cuciti con cura, misurandone pregi e difetti così che gli uni non si allontanassero troppo dagli altri, così da averne il perfetto controllo. Poi ho smesso di misurare e ho lasciato fare alla vita, che si sa, non conosce distanze, figuriamoci se mi avesse concesso anche il controllo.

Nonostante tutto, le mie vite più belle sono sempre cominciate così, in un ambiente disordinato dove da mina vagante avrei dovuto mettere ogni cosa al suo posto, sebbene quel posto, talvolta, non sia sempre stato quello che chiunque immaginava fosse.

Forse la vita inizia proprio lì: dove ci si scrolla di dosso il peso di sensi di colpa e responsabilità che in fondo non sono della nostra taglia, dopo aver rotto piani e spezzato promesse.
Mi piace pensarlo per una semplice ragione: il mare brillava, ed in ogni punto mai per più di una manciata di secondi, e quei raggi di sole che accarezzavano le onde in maniera gentile, riuscivano a riscaldare tutto l'ambiente circostante, sebbene si muovessero in modo apparentemente caotico.
É così che immagino la vita: come un focolare che riscaldi ed illumini tutta la stanza, dove gettare rametti in punti sempre diversi al solo scopo di alimentarlo. Ogni ramo sarà un desiderio che se fumo o fiamma avrà compiuto il suo scopo: quello di tenerci in vita.









domenica 21 luglio 2019

Londra-Barcellona, solo andata

Seduta su un muretto a bere una lattina di birra fredda, con gli occhi fissi sull'insegna di un supermercato con la saracinesca abbassata a metà. Profumi poco distinguibili nell'aria, spazzati via di colpo da una leggera brezza estiva. Il cigolio delle sedie di plastica trascinate in strada e posizionate in circolo, come un'abitudine che sa di estate, di voglia di stare insieme, tra lo schiamazzo dei bambini ed il rumore di un pallone lasciato rimbalzare in strada.

Sarà questa la prima immagine che porterò con me quando penserò al viaggio di sola andata dalla terra d'Albione al capoluogo della Catalogna.
Con uno sguardo perso di chi non contempla il vuoto, ma che cerca di mettere insieme tutti i punti di un percorso lunghissimo, per ricordare come sia potuto accadere che sia stata concessa proprio a me l'opportunità di ricominciare una nuova vita altrove, dove le strade più strette, le distanze 'meno distanti' ed il mare visibile non soltanto in cartolina una settimana all'anno, siano in grado di farti sentire meno piccolo e se forse pur sempre un numero, questa volta perlomeno a due cifre.
Quell'altrove che diventava sempre più irraggiungibile, mentre vivere seguendo uno schema macchinoso una di quelle abitudini insane di cui poi ad un certo punto non riesci a farne a meno.

Così, proprio quando mi stavo perfezionando nel triplo salto nel vagone affollato di una metropolitana in partenza al punto da suggerirlo come nuova disciplina olimpica e candidarmici certa di conquistare almeno una medaglia d'argento, proprio quando le corse pesavano meno, così come gli scatoloni del terzo trasloco in pochi mesi, e proprio quando Brexiful veniva addirittura superato dal Pratiful in quanto a dinamiche da soap opera, è suonata la sveglia.
È sempre accaduto tutto così, nella mia vita. O almeno, dicono che le cose belle succedono quando non le stai più cercando, ma solo quando non lo fai più sul serio, non per finta.


La mia vita è sempre stata il trasloco peggiore che io abbia mai fatto in termini organizzativi: non riesco a gettare nemmeno un cesto in vimini.
Così per settimane ho immaginato in che modo sarebbe cambiata la mia vita, e forse anche io, da cosa partire, cosa lasciare alle spalle.
Poi ad un certo punto ho capito che il cambiamento repentino sarebbe stato pieno del nulla, che avrebbe puzzato di finzione, e che pianificarlo mi sarebbe stato impossibile.
Le incertezze sono belle proprio perché ne si può conoscere una parte giorno dopo giorno, scrivendole al contempo non per deviarne il suo corso, ma per renderle più autentiche e conformi alla vita che abbiamo scelto per noi.

Così, sarebbe stato inumano e privo di cuore gettare tutto per ricominciare.
Delle tante vite vissute finora ho deciso di non buttare nulla, se non i sensi di colpa.
Ho deciso di fissare una saracinesca abbassata a metà, come a prendere il mio tempo per riassettare tutto ed immaginare tutto quello che è possibile creare.
Di lasciarmi scompigliare i capelli da una leggera brezza estiva, ma decidere sempre io se lasciarmici trasportare o restare dall'altra parte.
Di non lasciare che siano gli eventi a cambiare me, ma di cambiare marcia quando necessario.
Di ascoltare il cuore quando lo sento battere forte.
E di custodire ed alimentare quel desiderio sempre presente di creare una nuova casa, con i gerani sul balcone, le tende colorate e un paio di fotografie appese al muro.
Una di quelle in cui ti ci senti al sicuro, perché é calda abbastanza e piena di sorrisi reali.
Anche qui partirò dai dettagli, su cui costruire o demolire.

La mia unica promessa è quella di assorbire tutto il bello che possa far diventare il mio cuore sempre più grande, mantenendo insieme ciò che è stato, che è e che sarà, riconoscendo a ciascuna la stessa importanza.
Perché di me e della mia vita non getto nulla. E nemmeno il cesto in vimini: può sempre servire.


domenica 24 febbraio 2019

Arriverà la primavera


Penso spesso alle persone come fossero treni, mentre a quei pezzi di vita che su di loro prendono forma come fossero stazioni.
Come quelle in un piccolo paese di provincia, in cui ti tocca sostare su di una panchina, spesso più del dovuto. 
Come quelle in cui attenderai invano, prima di capire che il transito è stato sospeso, a data da destinarsi.
O come quelle di grandi metropoli, in cui i treni sono sempre puntuali ma sarai tu ad essere spesso in ritardo, così da dover correre sino a sudare la fronte mentre sgomiti i passanti.

Non sempre riesci a salire, perché il treno potrebbe non fermarsi in tempo, o perché, talvolta, avrai scelto tu di non farlo.
A volte avrai un posto a sedere riservato accanto al finestrino.
Altre, sarai in piedi tra la folla che si lamenta della carenza dei servizi.
Altre, invece, potrai accomodarti per caso, senza aver pianificato nulla in anticipo, rimanendo sorpreso da come, quasi sempre, la mancanza di piani è garanzia di un servizio migliore di quello che avevi previsto.

Pagherai sempre un prezzo per salire su uno di quei vagoni, che ti sembrerà tanto più alto quanto ad esserlo saranno le tue aspettative, le tue possibilità, i tuoi sogni.
Pagherai un pezzo del tuo tempo, delle tue energie, una porzione della vita che avevi vissuto sino a quel momento, di te stesso.

E arriverà il freddo invernale, che poi cederà il passo al vento primaverile, poi all’afa estiva, sino alle foglie ingiallite dell’autunno, per poi arrivare di nuovo l’inverno.
Così, proprio come passano le stagioni, passeranno nuovi treni, in diverse stazioni.
Passeranno le persone, proprio come passerai anche tu.

Pensavo di essermici quasi abituata.
Ai treni che passano, una volta soltanto.
Alle attese, vane o più lunghe del previsto.
Alle corse per salire in tempo.
A restare in piedi tra la folla o seduta ad un posto riservato accanto al finestrino.
Alle porte che ti si chiudono in faccia.

A salire su di un treno qualsiasi fermandomi in ogni stazione, prima di decidere quale fosse quella giusta dove sostare, segnandola come meta finale del viaggio che avevo scelto di fare.
A capire che le mete prefissate non saranno sempre quelle definitive, e nemmeno sempre quelle giuste, così da importi di rimettere lo zaino in spalla e salire su un nuovo treno che avrà una diversa destinazione.
Pensavo di essermi abituata, a saltare di stazione in stazione, guardando a ciò che sarà e non a ciò che è stato, anche ai saluti, lunghi, intensi, frenetici e di rito.
Alle persone che passano, e a me, che passo insieme a loro.

Ho capito che a tutto questo non ci si abitua mai abbastanza e che sarà questo il prezzo più alto da pagare, seppure il più bello, perché in fondo ci rispecchia.

Il nostro sarà sempre un biglietto di sola andata per un viaggio in cui sarà quasi irrilevante la comodità e quanto gli altri avranno da offrire, perché conta quello che ti porti dentro.
È un itinerario che stabiliremo noi, stazione dopo stazione, senza fretta di arrivare, ma godendo di ogni tappa come se fossero pezzi di un puzzle che in principio sembreranno non avere alcun punto di incontro, per poi congiungersi perfettamente, soltanto alla fine.

Credo ci si possa abituare solo quando guardi tutto dal finestrino, senza mai fermarti o porti domande, quando guardi ad un treno come un mezzo ed ad una stazione come un fine.
Ed invece, anche quando avevo giurato di smettere, ho capito che non smetterò mai, lo trovo più autentico.

Così mi camufferò sempre da esploratrice inesperta, guardando ogni treno come fosse un posto da scoprire ed il cancello di ogni stazione come fosse la porta di casa, o semplicemente di un luogo sicuro dove temporaneamente sostare.
Sbaglierò ma imparerò e forse, alla fine, sarò anche in grado di insegnare qualcosa.
Sentirò il rumore dei passanti ed il cigolio dei binari.
La brezza di un vento sottile che attraverso un finestrino aperto a metà ti scompiglia i capelli.
Avrò sempre la sensazione di aver gettato un pezzo di vita, ogni volta, prima di comprendere di averne guadagnato il doppio, con un cuore che man mano diventerà sempre più grande perché ci porterai dentro ogni luogo in cui avrai sostato ed ogni schienale su cui ti sarai poggiata.

Il nostro privilegio sarà quello di iniziare un diario, diverso per ogni destinazione.
Perché in fondo la vita è come un quaderno dalle pagine bianche che inizia con l’incontro tra l’inchiostro e la carta. Forse non ci si sente mai pronti abbastanza, ma il lusso che possiamo concederci è quello di cominciare da zero, seguendo le righe che la nostra immaginazione avrà disegnato per noi, strappando quelle che non ci piacciono e ripartendo da capo: da una pagina bianca.

Il bianco sembra uno spazio da riempire, privo del necessario, come una stanza vuota senza mobili. Invece, alla fine, è il punto in cui convergono tutti i colori. È l’essenziale di cui abbiamo bisogno. È il punto di partenza che ci fa sentire nostalgici, ma pieni e vivi.

E alla fine arriverà di nuovo la primavera.
Avrà il colore dei tuoi occhi.
Il profumo della tua pelle.
La bellezza di un tramonto in riva al mare.
La semplicità di un arcobaleno.

giovedì 31 gennaio 2019

Gary, Cigarette


Era una di quelle domeniche pomeriggio da starsene in casa, quando fuori c’è una pioggia torrenziale che sembra non avere alcuna intenzione di smettere.

Avevo promesso ad una persona che saremmo andate a vedere una mostra fotografica, così, non sapendo non tener fede alle promesse, ho deciso di sfidare la pioggia e la pigrizia.
Lei è una di quelle persone che adora l’arte e che avrebbe osservato ogni fotografia per dei minuti, così da non perdere alcun dettaglio. Una di quelle che poi avrebbe selezionato il miglior scatto, basandosi sulla giusta angolazione e sulla luminosità perfetta.
Poco prima di arrivare alla mostra ho pensato a tutto questo e anche che, in effetti, non sono mai stata un’assidua frequentatrice di mostre fotografiche.

Dinanzi ad ogni scatto tutti sembravano assumere lo stesso atteggiamento contemplativo: spalle curve, testa in avanti, ginocchio destro leggermente piegato, braccia conserte ed uno sguardo assorto. Per molti il primo passo era leggere la descrizione, per poi posare immediatamente gli occhi su quello scatto, quasi come a voler testare se la nota combaciasse con quello che gli occhi erano in grado di osservare, quasi come a voler trovare una verità.

Così, una dopo l’altra, le ho osservate tutte. Fin quando ho posato lo sguardo su una in particolare. Ancor prima di leggere chi fosse l’autore dello scatto e chi il soggetto rappresentato, ho avvertito una leggera commozione che prima di allora non avevo mai provato. Non ne capisco di fotografia, per cui non avrei saputo dirne di più, ma è come se in un attimo fossi riuscita ad oltrepassare la cornice e ad entrarci dentro. Libertà, è stata questa la sensazione che ho percepito al primo sguardo, quella che provi quando prendi del tempo per te stesso e cominci a pensare alle cose belle della vita, quelle presenti, passate o che arriveranno. Quel senso di liberazione che sa di via di fuga, quello in cui di tanto in tanto, senti la necessità di rifugiarti, che ti ricongiunge ai bisogni celati, che ti spoglia di tutto per riconsegnarti in cambio la tua identità.

Gary, Cigarette. È così che è stata intitolata la fotografia, scattata da Kono Konowiecki.
L’autore incontra Gary, il soggetto raffigurato, nel deserto della California. Indossa dei pantaloni lunghi, è a dorso nudo e fuma una sigaretta. Konowiecki gli chiede di chiudere gli occhi e di pensare a ciò che più gli manca. Successivamente, Gary dirà di aver pensato al fratello lontano, che non vedeva da anni. Si vede, in effetti, che Gary pensa a qualcuno di importante. Perchè il suo volto è disteso, ma triste. Sembrava quasi che in quel momento stesse tirando un sospiro di sollievo, come se quello riuscisse a ricongiungere l’immagine nitida del suo presente con un’altra sfocata del suo passato, e al contempo immaginare un futuro in cui le due potessero coesistere.

Ho pensato che spesso è opportuno preparare gli occhi a quello che si sta per vedere un attimo dopo, così da non avere grosse sorprese. Ma per tante altre cose, invece, basta sentirle. Sono quelle cose, circostanze, persone, per cui vale la pena andare oltre la superficie, sfondarla se necessario. Perché, alla fine di tutto, si vive anche di questo, soprattutto di questo: di sensazioni. Sono quelle cose a cui pensi di non essere preparato abbastanza ed invece alla fine scopri di esserlo forse più di tutti gli altri, perché riesci a sentirle.

Ed in città come queste, in cui il sentire appare sempre più raro, ho provato a farlo anch’io, lì dinanzi a Gary. È stato naturale, come se qualcuno mi avesse preso per mano e mi avesse chiesto di pensare alla cosa che mi manca di più.

Non saprei da cosa iniziare. Ma sono sicura che anche io avrei lo stesso volto disteso ma triste di Gary. Tirerei un sospiro di sollievo, quello che poi farebbe da ponte tra il mio presente, in piedi in una sala gremita, al mio passato, immaginando di ricongiungere le due immagini, un giorno.

Ho pensato ad una strada di sanpietrini, ad un’enorme finestra che si affaccia sul mare, ad una mano da stringere, e ad una voce che quasi sibilando mi dice che andrà tutto bene.

Non resto colpita dalle cose che appaiono più belle di altre.
Mi piace vederle da dietro le quinte, lì dove prendono forma.
Così, quando si palesano, diventano ingombranti.
Quelle che colpiscono fino a trafiggere, come un pugno allo stomaco.
Quando scopri che dietro un personaggio, c’è anche una persona, non una semplice sagoma.
Quelle che, oltre la superficie, hanno una storia tutta da raccontare, solo per chi la saprà ascoltare.

Chi lo sa, Gary, se un giorno a qualcun altro verrà rivolta la stessa domanda e penserà a noi.